Comincia la collaborazione con il terribile Soundcatcher
Soundcatcher è uno dei tanti pseudonimi di Cristiano “Naro” Bocchi. Musico, novelliere, manipolatore multimediale, presenzialista del web: compone, suona, critica, sperimenta, agita, osa.
Ultimamente lo trovate su Facebook alla pagina Spleentimism – Altre possibili musiche;
siate i benvenuti! I suoi remix, mashups, articoli, le sue canzoni, recensioni e amenità
sono in giro nella rete, basta googlare con perizia.
Cosa aspettarsi dall’ultimo dei Baustelle.
Poco.
Morricone letto su Wikipedia. Modernariato che diventa antiquariato con tarli falsi ed ipervalutazione.
L’ennesima instagram fatta col Mac-chefatantofigo. Qualche ritmica alla Whinehouse, diversi testi alla Battiato: richiami Goblin senza i Goblin. Rimandi ai peggiori La Crus, gli attuali. L’attesa che DEVE esaudire promesse. La colonna sonora che avevamo in petto ma non usciva dal reggiseno. L’italia dei carini che suona Indie fighetta. D’Annunzio senza i fascismi, l’amore senza il ca**o. Mondadori nel catalogo Bianconi anzi; viceversa. Baustelle: attitudine maledetta ovvero maledetta attitudine!
Il brand Baustelle: Belmondo e Delon che ruttano, in modo garbato, al palio.
Il brand Baustelle: suoni ammiccanti per (zii di) liceali inquieti.
Il brand Baustelle: importare il sushi a Montepulciano.
Il loro ultimo album s’intitola “Fantasma”: cosa aspettarsi?
Citazionismo l’ho detto? No.
Ok, citazionismo!
Modenariato l’ho detto? Si.
Ok allora: “citazionismo vintage” l’ho detto?
“Colto citazionismo vintage” l’ho detto?
“La versione f**a di Dario Argento” l’ho lasciata intuire?
Cosa c’è dentro l’ultimo dei Baustelle?
Canzonette illustrate e furbizia… ma non necessariamente in quest’ordine.
Paradossalmente il “Baustelle style” è la cosa peggiore dei Baustelle: troppo ridondante per essere solo cifra stilistica, troppo debole per sostituire un talento che comunque non riesce a rinnovarsi con originalità.
Un’ immagine sapientemente costruita, un immaginario che rimanda ad un passato prossimo, un buonissimo rapporto con la “forma canzone” e un’abbondante dose di leggerezza mai frivola: questi erano gli elementi che hanno reso credibile la band toscana. Oggi invece, il redditizio scimmiottamento di sé stessi pare annullare ogni possibile evoluzione: troppo lontana la potenza evocativa di “Musichiere 999”, troppo distante l’intensità de “la Canzone del parco” e troppo sfavorevole il paragone con “Sussidiario illustrato della giovinezza”, debutto del 2000 che fece urlare, legittimamente, al miracolo.
Il proseguo della carriera non ha aggiunto niente a quella loro, incredibile, sortita. Timidi tentativi in “Amen” e “I mistici dell’occidente” gli album più recenti e tanto mestiere in “La malavita” che ha saputo concretizzare un pubblico di fedelissimi sempre meno “indie”, sempre più “manistream”.
Come deve porsi lo Splendido Quarantenne riguardo all’ultimo dei Baustelle?
Con prudenza: magari ascoltare il debutto, annusare qua e là gli album successivi e, se convinto, acquistarlo; peraltro in formato digitale non costa neanche tanto. Bianconi, leader del gruppo, è in costante e manifesta ascesa: confeziona successi per Irene Grandi, si cimenta come autore sanremese, scrive libri e continua a rubare immaginari per la band. E’ indubbio che tra una decina d’anni, forse meno, si trasformerà anche lui in uno splendido quarantenne. Criticarlo troppo, adesso, in pieno hype, sarebbe come prendersela con Grillo; mossa troppo avventata. Quindi sospendiamo il giudizio e rimaniamo in attesa del prossimo capitolo, con la speranza che sia molto meno autocelebrativo e più audace.
Intanto godiamoci il passato:
Si organizzano tra amici, in 10 (o anche di pù, dipende), per la settimanale partita di calcetto. Da giorni le due squadre si mandano pubblici messaggi su Facebook il cui tenore è “vi asfaltiamo” e “a ‘sto giro ti spezzo in due”. E non importa se si tratta di stimati professionisti, laureati in greco antico e filosofi quarantenni: il settimanale rito sportivo trasforma tutti in dodicenni di borgata. Si incontrano all’ora stabilita e si salutano dopo la doccia, ognuno per la sua strada, di ritorno alla propria vita, dimentichi delle atrocità che sono stati capaci di augurarsi nei sessanta minuti precedenti. Si abbracciano e si danno appuntamento alla prossima.
Ma a tre ore dal calcio d’inizio si tirano indietro in due: Beppe ha la febbre e Gianlu lamenta da tempo uno stiramento muscolare dal quale non riesce a guarire. Parte un tam tam di messaggi e giri di chat che neanche al quartier generale della nato. Bisogna trovare i sostituti. Entrambi. Non esiste giocare in 8 o 9, piuttosto si manda tutto all’aria. Non c’è tempo per gli anatemi da mandare ai paccari. Il tempo corre e il cerchio si stringe: Ale ha chiamato un paio di amici che non possono, Danilo tiene sul cellulare la lista “last minute calcetto” e ne rimedia uno, Gabri fa sedici telefonate, inclusi tre ex soci di lavoro lasciati in malo modo ma niente. Manca un’ora e sono sotto di uno.
E’ a questo punto che Aldo apre l’account su Fubles.
Fubles è un socialnetwork che mette in contatto giocatori di calcio e calcetto di tutta Italia, diviso per città, e che permette di organizzare partite in ogni momento. Non solo tra dieci sconosciuti che si accordano per tal giorno a tal ora, ma anche quando insieme ai tuoi amici stai cercando il decimo porcamiseria che hai un infortunato in squadra a due minuti dall’inizio. Ogni giocatore ha il suo profilo, da cui risultano non solo i dati ma anche le caratteristiche, la puntualità e la percentuale di pacchi tirati.
Insomma, il decimo arriva così.
Il senso del dovere post-femminista prevede che le donne si paghino la cena, che si faccia alla romana anche in pizzeria, che tutto sia equamente diviso a metà.
Niente da dire, sono una indipendente e alla mia autonomia economica ci tengo. Ne va anche della mia autostima finanziaria: guadagno quindi sono. Ma questo qui esagera. Al primo aperitivo si è presentato con il portafoglio vuoto e una serie di discutibili scuse sui bancomat fuori servizio.
E ho pagato io. Al cinema, la volta dopo, voleva pagare lui, ma aveva solo un pezzo da cento intero e in biglietteria non avevano da cambiare. Quindi ho pagato io.
Alla terza uscita, cena e presumibile dopocena erotico, ha preso la calcolatrice dell’iphone e ha diviso a metà: 27,40 € a testa. Non ho battuto ciglio e il dopocena se l’è scordato.
Continuo a vederlo perché il ragazzo in fondo mi piace e ha delle potenzialità. Ma da tre settimane pare abbia la macchina in assistenza e la vettura di cortesia non la prende per non rischiare incidenti: il risultato è che passo a prenderlo io regolarmente, lo porto in giro, lo riporto a casa, pago la benzina. Sono compresi in queste tre settimane due weekend al mare a casa sua, dove mi ha chiesto una piccola simbolica quota per la bolletta della luce, e il parcheggio sulle strisce blu.
Ieri eravamo al bar, ho preso un caffè e un bicchiere d’acqua e ho detto di aver lasciato il portafoglio in macchina, parcheggiata a mezzo chilometro sotto al diluvio. Si è offerto volontario per andare a prenderlo.
Foto via | wikipedia.org
Sembra che la cura della pelle non sia più un tabù per l’universo maschile e pare non la si consideri più davvero capace di minare l’immagine virile dell’uomo secco e grinzoso.
La cosmesi ha un nuovo target. Eh sì, anche perché non basta spalmarsi la prima cosa cremosa sottratta dall’armadietto della compagna (vi siete mai messi in faccia un primer liquido?) né cambiare il packaging del prodotto femminile per renderlo appetibile all’uomo. Mi hanno detto che la pelle di lui è diversa: più spessa, più grassa e generalmente chi non deve chiedere mai non vuole certo l’effetto lucido o residui di crema in faccia mentre cammina con piglio masculo verso l’ufficio.
Le maggiori case cosmetiche si sono quindi adattate e hanno messo sul mercato scaffali interi sempre meno discreti di prodotti impacchettati in blu, grigio, nero concepiti appositamente per lui: detergenti, skyn care, restitutivi, idratanti, antiageing, antigrasso e ovviamente dopobarba. Anzi, proprio su questo fronte le creme si sono evolute notevolmente perché la lama, amici, danneggiando il nostro prezioso film idrolipidico, crea l’occasione per lo sviluppo di dermatiti da contatto o processi infiammatori di varia natura. Le nuove creme dopobarba sono in grado di svolgere azioni lenitive e disarrossanti, grazie anche ad ingredienti non sensibilizzanti e con efficacia antibatterica e nutriente. Tutta roba che se la potessi raccontare a mio nonno provocherebbe le di lui risa convulse.
A puro titolo di amichevole confidenza vi segnalo alcuni marchi di cui ho sentito un gran bene per la loro intraprendenza commerciale: Lancome con il suo Genefic hp, Shiseido, Clinique, Biotherm e, se volete un prodotto naturale, anche Lavera online ha la sua linea maschia.
Ma, vi dicevo, ne ho solo sentito parlare.
Il macarons è un piccolo incantevole dolcetto composto da due biscottini morbidi di mandorla e albume, una sorta di mini-meringhetta delicata, ariosa, arrendevole alla lingua. Tra le due cialdine alla mandorla si trovano ripieni cremosi di vario sapore, che rendono il dolcino, nella sua minuta perfezione, un momento di sospirante voluttà.
E sono belli, poi. Bellissimi. Uno li guarderebbe immobile per ore prima di lasciarsene sedurre irreparabilmente.
Torino regala angoli preziosi di creatività, innovazione e immaginazione in grado di farsi materia. Letteralmente.
E lo fa attraverso i suoi abitanti più dotati. San Salvario è uno dei quartieri che meglio hanno saputo accogliere questi vivaci inventori contemporanei, artigiani coraggiosi che nei loro laboratori sanno dare forma alle intuizioni.
Durante le passeggiate che il quartiere concede, colpiscono due eleganti, variopinte vetrine ad angolo, tra via Saluzzo e Corso Marconi, dove si nasconde, in un soppalco solo in parte visibile dalla strada, Marika Guida, stilista che incanta, seduce e diverte.
Abbiamo scelto di intervistarla.
Come descriveresti la tua formazione?
Rocambolesca e desiderata. Ho fatto 5 volte la prima superiore in 5 diverse discipline.. la prima (cui seguì anche la seconda) all’Istituto d’arte e moda.. ero bravissima, ma non ci credetti per niente, in più era a pagamento e non potevo. Lavorai e ripresi gli studi.. Scientifico, Lingue estere, Magistrali.. la quarta è risultata quella giusta. Finito il Grafico allo “Steiner” , ho fatto una scelta per me stessa (non solo per crearmi un’opportunità lavorativa) mi sono regalata l’Accademia di Belle Arti, Scenografia e costume. Laurea con lode in Scenografia, tesi:” La Comunicazione nella Scenografia-La Scenografia nella Comunicazione. Dal Carosello alla Televendita”..
C’è una certa connessione tra le cose, non è così rocambolesca.. ma che percorso è?
E le tue ispirazioni?
Sono momenti felici! Mi capita di avere visioni spontanee, di qualcosa che ho cercato a lungo senza arrivarci. All’improvviso vedo quella cosa. Si spalanca una porta. Ovviamente la inforco senza esitare, non vedo l’ora di “ragionarci” su, e magari è l’una di notte e devo aspettare che sia almeno mattina. Soprattutto da quando convivo. (Prima no, la notte era il momento più creativo e operativo).
Quando pensi a un abito, prima la forma o prima il colore?
Direi la forma.
Perché San Salvario?
Perchè da quando ci abito – 3 anni – la adoro. Mi sono sentita subito a mio agio. Su …tot anni.. una trentina li ho vissuti da pendolare, legata ai mezzi di trasporto, gli orari, le stagioni, la nebbia! Abitare in Sal Salvario mi consente di fare quello che ho sempre desiderato: muovermi in bici o a piedi, per raggiungere il centro città, anche di notte. L’atelier è a sette isolati da cosa mia, a quattro da Via Roma. Adoro!! Cosa posso volere di più. In più Sal Salvario mi rispecchia, è un quartiere carico di una bella energia e pieno di posti carini.
Ti senti più artigiana?
Assolutamente artigiana
Più commerciante?
no. direi per niente. Attenta, prudente, coraggiosa imprenditrice, piuttosto.
Più “imprenditrice”?
Si, appunto.
Come tratta l’Italia atelier concepiti come il tuo?
(Fai davvero delle ottime domande, lo sai?!) Il piccolissimo artigiano come me, deve essere per forza imprenditore se vuole continuare a crescere. E’ esemplare l’episodio degli approvvigionamenti: per ottenere della materia prima di qualità e certificata devi competere con Multinazionali. Cioè, il quantitativo minimo d’ordine, per la maggior parte delle aziende tessili è: 200mt per il campionario, 500 mt per la produzione. Per tipo stoffa, per ogni colore. Quanti rotoli può contenere il mio Atelier? Quanto capitale posso immobilizzare? Quanta produzione devo smaltire per rientrare dell’operazione entro la stagione, perchè dopo i miei tessuti sono già visti.. H&M, Zara, Marika Guida.. tutto uguale. Oppure: per anni le grandi aziende hanno utilizzato tessuti e mano d’opera di sconosciuta provenienza a danno anche della salute degli acquirenti… dal 2013 tutti gli operatori dell’abbigliamento dovranno certificare, etichettare ogni indumento… ma se sono costretta a comprare al dettaglio, ovunque, come lo certifico il tessuto?
Poi c’è l’Italia delle persone. Il confronto con loro é croce e delizia. Molto è delizia, per fortuna
Cosa fai quando non sei in atelier?
Sono sempre in Atelier. Resta pochissimo della sera, che divido tra computer e fidanzato. Spesso in mezzo ci scappa “un salto in Petra” (la storica Birreria che ho sotto casa)
L’abito perfetto in cinque parole (o anche meno):
Te ne do due: Vivienne Westwood.
La star che vorresti vestire?
David Bowie
I costumi per quale film?
Moulin Rouge, Un uomo da marciapiede, Priscilla la regina del deserto.
Che cosa invidi e a chi?
La capacità di controllare i nervi e di analizzare da più angolazioni anche quello che a me sembra un’enorme stupidaggine o offesa.
Due cose che sai fare molto bene
Lavorativamente nessuna credo, ma faccio bene tantissime cose.
Due cose che non ti riescono affatto
Tenere l’ Atelier, soprattutto il laboratorio, in condizioni asettiche e ordinate. Gestire la contabilità e la burocrazia (mi deve riuscire per forza, ma faccio una gran fatica) Produrre in serie.
La cliente: meglio curiosa che si vuol provare tutto o decisa che entra ed esce in dieci minuti?
Se la cliente alla fine compra è sempre ben accetta. Chi si sofferma sui pezzi e si dimostra incuriosito, mi gratifica. Anche chi sceglie di getto mi piace, soprattutto se lo fa consapevolmente e non compulsivamente. Non amo chi scorre frettolosamente e sgarbatamente le cose, senza capire nemmeno dove è entrato e cosa sta toccando. La meno gradita è quella che ti fa perdere un sacco di tempo solo per trascorrere il suo.
Sei sincera con le clienti? del tipo “no, questo abito su di te no”
Assolutamente si, anche a mio scapito. Se ci vuole un’altra misura o un altro abito lo dico, anche se so di esserne sprovvista.
Cos’è per te l’ elegenza?
E’ qualcosa legato alla modestia e all’equilibrio. E’ l’armonia.
Marika Guida – Collezione Privata
via Saluzzo, 44
Torino
(tutte le immagini sono di sua proprietà)
Aspettando Django Unchained e in attesa di poterne scrivere la recensione, le impressioni, le magnificenze curiosiamo tra le star che hanno presentato e accolto il film alla prima americana tenutasi ieri allo Ziegfeld Theater di New York.
Presente Quentin Tarantino insieme ai protagonisti Leonardo Di Caprio, Jamie Foxx, il premio Oscar Christoph Waltz, Samuel L. Jackson e Nichole Galicia. Immancabile anche la musa e amica Uma Thurman.
Il film è una delle pellicole più attese del 2013 e uscirà in Italia il prossimo 17 gennaio: un nuovo omaggio (o un’affettuosa, rocambolesca rivisitazione?) di Tarantino al made in Italy: la pellicola prende infatti spunto dallo spaghetti western del 1966 Django di Sergio Corbucci, senza però esserne un remake. Italiana anche la colonna sonora: Ennio Morricone cantato da Elisa.
Restiamo in attesa.
Da Botticelli a Matisse. Volti e figure è la mostra che Linea d’Ombra inaugura a Verona il 2 febbraio 2013 al Palazzo della Gran Guardia. L’esposizione dura tre mesi esatti e si presenta come una variante di quella che ha inaugurato la Basilica di Palladio a Vicenza: qualche quadro lo si ritrova uguale, qualche opera invece torna a casa, qualcosa di nuovo arriva.
“Da Botticelli a Matisse”. A Vicenza si intitolava “Raffaello verso Picasso”. Adesso basta. Basta. Non trovate anche voi che mostre di questo genere, prive di un vero progetto scientifico, un po’ furbette, per quanto in grado di portare sul territorio capolavori e autori noti siano manovre ruffiane e utili soprattutto a creare l’aspettativa dell’evento? Che ci può anche stare eh, si tratta di mostre che si guardano volentieri, che emozionano. Ma dov’è finito il percorso tematico, la sfida concettuale, il coraggio di scoprire e riscoprire l’arte anche attraverso manovre meno sfacciatamente commerciali?
A questo punto propongo anch’io una serie di titoli-cappello sotto cui infilare mostre di sicuro successo:
Dal Codice di Hammurabi a Hopper: conflitti e solitudini
Il ritratto da Giorgione a Andy Warhol: santi, sante e sottovesti
Storia del Sopracciglio da Rubens a Elio
I cerchi da Giotto a Google Plus
Da Fidia a Rodin: cuori di pietra
Che ne dite? Ne avete da suggerire anche voi? Ci facciamo avanti e li proponiamo?
E’ nelle sale il docufilm su Diana Vreeland, la carismatica, autorevole, intuitiva protagonista di stile ed eleganza degli ultimi decenni. Riuscì a imporre il proprio gusto e la propria autorevolezza per gran parte del Novecento come giornalista e arbiter elegantiae, capo redattrice di Vogue America, come consulente tecnico del Metropolitan Museum of Art per il settore della moda.
Un film curioso, un ritratto intelligente e divertente per un personaggio a volte scomodo, capace di entrare con forza nell’immaginario del pubblico, di lasciare il segno come una sorta di piccola, pungente mitologia contemporanea.
Alcune frasi (da cucirsi addosso):
L’eleganza è nella mente, il resto è una conseguenza.
L’occhio deve viaggiare.
Non conta tanto il vestito che indossi, quanto la vita che conduci mentre lo indossi.
L’eleganza è innata, e non ha niente a che fare con l’essere ben vestiti.
Non bisogna mai aver paura di essere volgari, solo di essere noiosi.
Io indosso sempre i miei golf al contrario: mi donano molto di più.
Il bikini è l’invenzione più importante dopo la bomba atomica.
Le persone che mangiano pane bianco non hanno sogni.
Non trascurare mai quel leggero tocco di cattivo gusto di cui tutti abbiamo bisogno.














