Il macarons è un piccolo incantevole dolcetto composto da due biscottini morbidi di mandorla e albume, una sorta di mini-meringhetta delicata, ariosa, arrendevole alla lingua. Tra le due cialdine alla mandorla si trovano ripieni cremosi di vario sapore, che rendono il dolcino, nella sua minuta perfezione, un momento di sospirante voluttà.
E sono belli, poi. Bellissimi. Uno li guarderebbe immobile per ore prima di lasciarsene sedurre irreparabilmente.

Come consumatrice di pubblicità televisive, radiofoniche e giornalistiche mi sono trovata a fare alcune obbligate riflessioni sulla qualità della vita degli individui nel XXI secolo. L’incredibile quantità di farmaci e prodotti per disturbi ricorrenti mi hanno dato conferma che siamo mediamente più vecchi e mediamente tutti impegnati in attività che nuociono alla nostra salute, lo sapevate? Ecco alcuni esempi:
- il fastidioso prurito intimo costringe grandi e piccine ad abusare di Vasigil, Tantum Rosa e affini. Perché apparentemente all’improvviso siamo tutte lì a grattarci come babbuine? Per due motivi: indossiamo abiti dal cavallo troppo stretto e le nostre mutande sono colorate in Cina con sostanze tossiche. A questo aggiungiamo che abbiamo sdoganato l’argomento, con buona pace dei nostri pudori
- il mal di schiena, per il quale ci vengono reclamizzate pomate miracolose ed ettari di cerotti medicati, dal Voltaren al Fastum Gel. Vita sedentaria, lunghi viaggi in auto, giornate passate al pc fanno male. E’ scientificamente dimostrato. Se a mia nonna avessero fatto una risonanza magnetica alla mia età avrebbero diagnosticato una colonna vertebrale più in forma della mia. Faceva la contadina lei, mica l’impiegata da scrivania.
- la diarrea, per il quale l’Imodium viene pubblicizzato a pranzo e cena, poco prima del tg nazionale. Che posso dire? Mangiamo male. Credete forse che metabolizzare per tutta la vita coloranti, conservanti, grassi saturi, polifosfati ed esaltatori di sapidità non abbia conseguenze?
- il mal di testa, per il quale esistono analgesici di ogni genere. Io non ho sofferto di mal di testa un giorno in vita mia fino al momento in cui mi sono laureata. Al massimo mi veniva per l’hangover e bastava dormirci su.
Sono certa che ora me ne sfugge qualcuna, di queste patologie storicamente collocabili.
E a voi viene in mente qualcosa?
Non ho mai conosciuto un uomo che non avesse un rapporto conflittuale con la propria pancia. Nemmeno una donna per la verità. Ma l’uomo sviluppa con il proprio adipe un conflitto che non assomiglia ad altri. Perché si sovrappone alla sua identità: egli non è più uomo. Egli è pancia. Se la tocca, se la guarda allo specchio, misura criticamente le cinture e verifica con minuzia ingegneristica come gli cade quella giacca dell’anno scorso. Ho visto uomini fare la fame, ho visto uomini entrare in cliniche dimagranti gestite da gerarchi nazisti, ne ho visti altri spiare con rancore copertine alla moda recanti primi piani di addominali carapaci.
Il problema, negli uomini, è che non ci sono abituati. Mentre una donna è costretta praticamente da sempre a scontrarsi con modelli di beltà e perfezione fisica, gli uomini si confrontano da relativamente poco con il problema. Fino a qualche tempo fa essi, stolti, andavano fieri del loro giro vita, considerandolo prova invidiabile di opulenza e benessere. Così questi sprovveduti mi sono andati in crisi la prima volta che la loro donna, guardandoli, ha chiesto sovrappensiero “ma sei ingrassato?”. Il baratro della competizione si è aperto sotto i loro piedi. Il dubbio si è fatto strada, crudele, nelle pieghe della conversazione e lo specchio, nemico, non ha più restituito l’immagine della creatura sicura di sé esistente fino a poco prima.
Non ho mai conosciuto un uomo che non sentisse il bisogno di giustificarsi per la propria pancia. Né ho mai conosciuto un uomo che non abbia letto almeno una volta le istruzioni d’uso dei fanghi guam o studiato con perizia i benefici effetti di un’alimentazione ricca di fibre.
L’ideale, a guardar bene, è quando il minestrone di stagione te lo prepara lui.
Vale la pena scoprire questo progetto del Movimento Consumatori attivo nella Provincia di Torino, il GAC – Gruppo di Acquisto Collettivo -, uno strumento semplice ed efficace per acquistare prodotti di stagione rigorosamente a Km 0. Come funziona?
Queste le parole con cui viene descritta l’iniziativa: E’ un progetto di filiera corta pro concorrenziale che prevede la sperimentazione, costituzione e gestione, sul territorio della Provincia di Torino, di forme di acquisto collettivo quale risposta concreta alle esigenze e alle peculiarità dei territori, in relazione al problema della vulnerabilità sociale, con l’obiettivo di favorire, attraverso l’aggregazione di individui, la condivisione di percorsi di consapevolezza e responsabilizzazione verso stili di consumo più’ sobri, più salubri e meno esposti alle turbolenze di mercato.
I GRUPPI D’ACQUISTO COLLETTIVO (GAC) non sono altro che un insieme di persone che provvedono a effettuare i loro acquisti in maniera collettiva direttamente dai produttori.
E’ un progetto di filiera corta: acquistare alimenti direttamente da produttori biologici locali o nazionali in modo da tagliare i passaggi intermedi della filiera tradizionale che incidono considerevolmente sul prezzo finale del prodotto e da ottenere prezzi più convenienti.
In pratica tu, acquirente, consulti online i prodotti disponibili tra i quali, naturalmente, trovi i periodici aggiornamenti stagionali di frutta e verdura. Fai il tuo ordine direttamente dal sito e scegli quando e dove andare a ritirare la tua spesa tra i diversi punti di distribuzione. Ti trovi così la dispensa, e non solo, ricca di prodotti di qualità e di specialità locali, provenienti dal territorio e quindi ecosostenibili. Sono anche buoni perché, al di là della facile retorica su quanto è saporito in autunno il cavolo nero dell’orto dietro casa, è incontestabile il fatto che un pomodoro che si fa 3.500 km per arrivarti nell’insalata in febbraio abbia sofferto parecchio.
Il cioccolato, com’è nella sua natura, al caldo si squaglia. Lo sapete meglio di me: se avete un Kinder Maxi nel cassetto dello spuntino, lì accanto alla scrivania, e se oggi proverete a scartarlo, buona parte del ricoperto resterà sulla carta e il ripieno vi aderirà al palato in un abbraccio indelebile. Godurioso, ok. Ma pur sempre asfaltante.
Io credo che alla Ferrero si misuri la genialità nella capacità lungimirante di trasformare un difetto innegabile, il cioccolato sciolto, in un’amabile snack estivo. Cosa fanno questi scienziati del palato? Prendono un prodotto che al caldo patisce, lo levano dal mercato nel mese di maggio, lo centrifugano e ce lo restituiscono, patito, nel mese di giugno. Ma a differenza del cioccolato sofferente che scopriamo sul fondo di una tasca, ahinoi, a fine stagione, quello che troviamo alle casse del supermercato è un prodotto irrinunciabile che ci piace proprio perché sciolto.
Penso a due di questi prodotti, che io mi premuro di provare per voi con gran professionismo: il Kinder Merendero e il Kinder Cereali Summer. Ecco, si tratta rispettivamente dell’ovetto Kinder con sorpresa e della barretta ai cereali di decennale memoria. I quali da giugno in avanti ce li ritroviamo in vendita preventivamente sciolti: si mangiano con una palettina incastonata nella confezione e fanno godere come i loro compagni solidi.

