In uscita negli Stati Uniti nel giugno 2012 e in Italia in data ancora ignota, questa rivisitazione contemporanea della storiella di Biancaneve ci fa interrogare a lungo sulla necessità di scomodare una venere come Charlize Theron per una favola che, a dirla tutta, avevamo affettuosamente infilato nel cassetto dei ricordi da decenni.
Diretta da Rupert Sanders, la pellicola prevede la bellissima Charlize nei panni della malvagia Strega Ravenna, impegnata quotidianamente a interrogare lo specchio delle brame su chi sia la più bella del reame e, nel tempo rimanente, a uccidere ignare fanciulle per assorbirne splendore e linfa vitale.
Un bel giorno lo specchio le dice “Tesoro, sarai figa quanto basta, ma oggi la più bella è la tua figliastra, Biancaneve. Fattene una ragione”. Biancaneve è impersonata da Kirsten Stewart, che nel 2012 resterà senza lavoro, perché finalmente destinata a vivere felice e contenta con il vampiro di Twilight.
Come disoccupata secondo me era più credibile che come eroina delle favole, ma tant’è, ce la troviamo di nuovo tra i piedi. La perfida Strega affida a Eric, il suo cacciatore di fiducia, interpretato da Chris Hemsworth, il compito di uccidere nel bosco la rivale in avvenenza e portarle indietro il cuore come prelibatezza da mangiare. Eric però disobbedisce: non ha animo di far fuori la fanciulla e anzi spende il suo tempo a farle da guida e mentore, insegnandole a difendersi e battersi, per sopravvivere nel regno della malvagia Ravenna.
Naturalmente la Strega scopre l’inganno e si servirà della celeberrima mela per eliminare per sempre la candida Biancaneve.
Non farò dello spoiler e non vi svelerò l’happy end. Solo vi chiedo: ne sentivamo il bisogno?
Hitch – Lui sì che capisce le donne è un filmetto facile facile e che si lascia guardare senza impegno. A tratti divertente, sopratutto nella goffaggine di coloro che ai servizi forniti dal protagonista si affidano.
Il film è di Andy Tennant. Con Will Smith, Eva Mendes, Kevin James, Casper Andreas, Julie Ann Emery, Ato Essandoh, Michael Rapaport, Paula Patton, Philip Bosco, Amber Valletta, Adam Arkin, Robinne Lee, Nathan Lee Graham, Jeffrey Donovan, Kevin Sussman, Navia Nguyen, Matt Malloy. Titolo originale Hitch
Queste alcune frasi estratte:
Ma com’è che succede il grande amore? Nessuno lo sa. L’unica cosa che vi posso dire è che succede in un batter d’occhio. Voi siete lì, che vi godete la vita, e un momento dopo vi ritrovate a chiedervi come avete fatto a sopravvivere senza di loro. (Hitch)
Otto donne su dieci sono convinte che il primo bacio dirà loro tutto ciò che serve di sapere su di un determinato rapporto. (Hitch)
Il numero di respiri che fate in vita vostra è irrilevante, quello che conta sono i momenti che il respiro ve lo tolgono. (Hitch)
Le relazioni sono solo per le persone che aspettano sempre che succeda qualche cosa di meglio. (Sara Melas)
Nella vita c’è qualche cosa di più che guardare gli altri viverla. (Max)
Dico sempre ai miei clienti: Comincia la giornata come se avesse uno scopo. (Hitch)
Mai cedere, rubare, ingannare o bere… Ma se devi cedere fallo fra le braccia della persona che ami; se devi rubare ruba il tempo che vuoi per te; se devi ingannare, inganna la morte… E se devi bere inebriati di momenti che ti tolgono il respiro. (Hitch)
Regole fondamentali: non esistono. (Hitch)
Ci sono uomini che per natura si sentono a loro agio con l’altro sesso, amano le donne e le donne amano loro e tutto scorre in modo naturale. (Hitch)
Lei sa cosa vuol dire alzarsi ogni mattina sentendosi disperato, sapendo che il tuo amore si sta svegliando con l’uomo sbagliato, ma allo stesso tempo sperando che lei trovi la felicità anche se non la troverà con te? (Albert)
Un ballo, uno sguardo, un bacio sono occasioni uniche e basta una sola sciocchezza per fare la differenza tra un:”E vissero felici e contenti” e “Oh, è solo un tale che ho visto non so dove una volta.” Chiaro? (Hitch)
Perché le persone fanno così, saltano… Sperando che Dio li faccia volare… Perché altrimenti cadiamo giù come sassi e mentre precipitiamo ci chiediamo “Ma perché diavolo sono saltato giù?” Ma eccomi qua Sara, precipito e c’è una sola persona che mi può far sentire in grado di volare.. E sei tu.. (Hitch)
Qui la Colonna sonora
The Artist è stato, senza alcun dubbio, la rivelazione di quest’anno di cinema: una pellicola che per parlare del passaggio, negli anni Venti, dal film muto al sonoro si fa muta anch’essa e si affida unicamente alla straordinaria espressività dei suoi talentuosi attori (Jean Dujardin e Bérénice Bejo, i protagonisti) e ad una superba colonna sonora.
Se quella del regista, Michel Hazanavicius, era (anche) una sfida nei confronti del cinema odierno, quello degli effetti speciali strabilianti e del 3d, non si può dire che non sia stata pienamente superata: il consenso unanime di pubblico e critica è la dimostrazione di come l’affabulazione che procede per immagini e musica e qualche raro cartello con brevi battute scritte, non abbia mai smesso, né smetterà mai, di nutrire gli occhi e l’immaginazione degli spettatori di oggi, esattamente come quelli di ieri.
Ma The Artist è anche un film in cui la lettura del muto si compie a vari livelli, non solo nella storia e nella modalità di raccontarla, ma anche nell’uso sapiente e metaforico dei rumori, gli unici, rari, suoni mondani ammessi per buona parte del film: se continui sono i rimandi all’incapacità di parlare, a se stesso e agli altri, del protagonista George Valentin, l’attore di successo la cui parabola discendente inizierà con l’avvento storico del sonoro, pura emozione è il sogno in cui anche una foglia che cade si fa ascoltare (letteralmente ma non solo) più della voce che dalla sua gola sembra non poter uscire.
The Artist> è stato il frutto di un lungo e profondo studio da parte di Hazanavicius del cinema degli anni Venti e la medesima, attenta ricerca ha coinvolto anche l’autore delle musiche, Ludovic Bource: mai come in questo caso la colonna sonora si fa voce delle scene, degli stati d’animo e delle vicende interiori ed esteriori dei suoi protagonisti, si fa parola del racconto e dell’emozione, alternando commedia a disperazione, commozione a leggerezza, con tutta l’intensità che può essere sprigionata da un’orchestra, la Flanders Philharmonic Orchestra di Bruxelles, di ben 80 elementi.
Su www.deezer.com se ne possono ascoltare i brani. Il resto è da scoprire seduti, nella magica oscurità senza tempo, è proprio il caso di dirlo, del cinema che sa appassionare.
The Artist, 2011, di Michel Hazanavicius
Il regista Daniele Vicari parla di questo film come di una produzione difficile, cui in pochi hanno volute partecipare a livello di finanziamenti e appoggi, tanto che per la pellicola, di cui si parla da tempo e il cui trailer è da mesi in distribuzione, non è ancora prevista una data di uscita.
Una lavorazione internazionale per raccontare la storia di uno degli episodi più inquietanti della nostra storia recente, quella del G8 del 2001, che vide nella notte tra 21 e 22 luglio a Genova, l’irruzione di 300 poliziotti e 70 agenti di un reparto speciale nella scuola Diaz, concessa dal comune al Genoa Social Forum come sede del loro media center, e in seguito, anche come dormitorio. Vi si trovavano in quel momento 93 giovani provenienti da diverse nazioni e impegnati in una protesta pacifica contro il summit. Sui violenti scontri tra le forze dell’ordine e i manifestanti, disarmati e semiaddormentati, si cerca di far luce, anche attraverso due processi, da molto tempo.
Nel cast troveremo Elio Germano, Claudio Santamaria, Pippo Delbono, Rolando Ravello, Alessandro Roja, Jennifer Ulrich, Monica Dean, Paolo Calabresi, Ralph Amossou.
E’ in uscita anche nelle sale italiane “J. Edgar”, il nuovo film di Clint Eastwood. Il vecchio Clint ci ha ormai abituati all’annuale film, tanto che da qualche tempo mi chiedevo con apprensione quanto mancasse all’arrivo del prossimo. Non sono tutti di uguale livello, lo sa lui e lo sappiamo noi, ma lo seguiamo sempre. Per amore. Almeno, io lo seguo, per amore sincero.
“J. Edgar” promette di essere un’ottima biografia del fondatore, direttore e, di fatto, padrone dell’FBI dal 1935 e per decenni. Il talentuoso Leonardo Di Caprio ne veste i panni, affiancato da Naomi Watts in quelli della segreteria personale di J. Edgar Hoover durante la sua lunghissima permanenza nella struttura investigativa. Insieme a loro troviamo Josh Lucas, Judi Dench e Armie Hammer, in un cast impeccabile ed efficace alla complessa narrazione.
Come di consueto, infatti, Eastwood approfitta di una biografia d’eccezione per raccontarci d’altro, di solitudini, potere, influenza, personalità. Approfitta di quel che Hoover è stato per gli Stati Uniti per mettere in scena potenti suggestioni ed energiche critiche politiche e sociali. E lo fa con abilità, senza affidare alla retorica facile della macchina da presa temi altrove, e da altri, trattati con snobistica supponenza.
E’ uscito il 16 dicembre “Sherlock Holmes: Gioco di Ombre”, il film di Guy Ritchie che segue di due anni il successo del primo capitolo.
Robert Downey Jr. è Sherlock, accompagnato dal fedele Watson, anche stavolta interpretato da un Jude Law in stato di grazia.
Dura 129 minuti e vale la pena guardarli tutti: brillante, irriverente, d’azione quanto basta per tenere l’attenzione vigile senza mai sconfinare nell’effetto speciale fine a se stesso. I due protagonisti, naturalmente, sono di una bellezza e di una bravura quasi irritante.
Vi riporto qualche frase tratta dal film, tanto per farvi venire voglia di correre a vederlo:
Holmes: “Non c’è più niente di sfuggente dell’ovvio!” / “Non c’è più niente di innaturale dell’ovvio!”
(quanta verità: ci avete mai pensato a quanto sia facile vedersi scappare dalle mani qualcosa di apparentemente saldo e sicuro?)
Holmes : “È così dichiarato che è celato!”
(attenzione, amici, a quel che avete sotto agli occhi: talvolta quel che cercate è nascosto esattamente sotto al vostro naso)
Watson: “Sembra alquanto…”
Holmes: “Eccitato?”
Watson: “Frenetico”
Holmes: “Lo sono!”
Watson: “Direi quasi…”
Holmes: “Estatico?”
Watson: “Psicotico”
Holmes: “…”
(a me è capitato che lo dicessero uguale)
Holmes: “Cosa vedi?”
Sherlock: “Tutto, è la mia condanna”
(eh, la pena della consapevolezza estrema e della lucidità più disarmante)
Holmes: “La nostra relazione atipica…”
Watson: “Relazione atipica?!”
Holmes: “Uff! D’accordo, la nostra collaborazione!”
(qui sono due uomini a dirlo, ma a me, una volta, è successo di sentirmelo dire da quello che credevo essere un fidanzato)
Gli americani le commedie le sanno fare. E quello che da noi è un cinepanettone da loro diventa un film leggero, godibile e gradevole.
“Capodanno a New York” lo dimenticheremo in fretta ma ci resterà comunque la sensazione aver passato due ore piacevoli. Il film di Gary Marshall (sì, lo stesso di “Pretty Woman”, “Se scappi ti sposo” e tutta una serie di commedie rosa che avete senz’altro visto di nascosto) è una di quelle narrazioni dentro la narrazione, con storie che si intrecciano, personaggi secondari, episodi che si inseguono. Gli attori che sin sono prestati al gioco ad incastro sono tantissimi, tutti molto noti: Robert De Niro, Zac Efron, Lea Michel, Asthon Kutcher, Jessica Biel, Halle Berry, Hilary Swank, Michelle Pfeiffer, Sarah Jessica Parker, Sienna Miller e molti altri.
Eccovi qualche citazione scelta per voi, alcune della quali sufficientemente lacrimevoli da farvi capire lo spirito sotterraneo del film:
- ”Prima che stappiamo lo champagne, festeggiamo il nuovo anno, fermiamoci a rifilettere sull’anno che è appena passato per ricordarci sia i nostri trionfi che i nostri fallimenti e anche le promesse fatte e infrante… le volte che ci siamo aperti per vivere grandi avventure o ci siamo chiusi in noi stessi per paura di essere feriti. È questo il significato del capodanno, avere un’altra occasione, l’occasione di perdonare, di fare meglio, di fare di più, di dare di più, di amare di più e di smetterla di pensare alle conseguenze, cominciare finalmente ad accettare quello che verrà. Ricordiamoci di essere buoni l’uno con l’altro, gentili l’uno con l’altro e non solo questa notte ma tutto l’anno!”
- ”Un’altra cosa che mi fa veramente incazzare di queste feste è tutta questa finta bontà. Prendi oggi, mi sono arrivati almeno cinquanta sms con il classico: “Buon Anno Nuovo!” da persone che hanno premuto invio a tutta la rubrica, pensa che la maggior parte non la sento da almeno un anno…”
- ”Molta gente è convinta che nel mondo non esista più la bellezza, la magia. E allora come si spiega che il mondo intero si riunisce nella sola notte di Capodanno per riporre nuove speranze nell’anno che verrà? Saluta l’anno vecchio con un bacio…”
- ”A volte sembra che ci siano troppe cose al mondo che non possiamo controllare, terremoti, alluvioni, guerre, film in 3D, ma è importante ricordare le cose che possiamo controllare come il perdono, seconde occasioni, nuovi inizi perchè l’unica cosa che trasforma il mondo da posto solitario in posto bellissimo, è l’amore, l’amore in ogni sua forma, l’amore ci da speranza, soprattutto per il nuovo anno. Per me è questa la notte di capodanno, speranza e una bella festa”
- ”È una festa favolosa, si mangia da urlo, la musica è uno sballo, ci sono un’infinità di ragazze single e per di più in maschera perciò non devi preoccuparti delle maschere devi solo usare l’immaginazione e se qualcuno prova a buttarti fuori o magari ti chiede chi sei menti alla grande tanto che ti fanno? È geniale! È come facebook, ma reale!”
- “Che cosa fareste oggi se sapeste che non potrete fallire? Ora andate e fatelo. “
Negli anni 80, quando uscì Top Gun, Tom Cruise aveva 24 anni. Gli inseguimenti veri e simulati tra jet valevano tutto il film di Tony Scott (350 milioni di incasso) e la storia di Maverick fu il migliore spot per l’arruolamento di nuove reclute nelle aeronautiche di mezzo mondo.
Ora, alla soglia dei 50 anni, Cruise annuncia che tornerà per il sequel di Top Gun.
Ma ce n’era proprio bisogno?
Può l’incontro tra un ragazzino immigrato dall’Africa in un container, in corsa verso la possibilità di ricongiungersi a sua madre, e un anziano lustrascarpe un po’ bohémien, contenere il seme di un evento miracoloso? Sembra proprio di sì, se a raccontarcelo è la poesia scarna, amara, ma dotata di sorprendente senso dell’umorismo e di un suo modo inusuale di sorridere al mondo nonostante tutto, di Aki Kaurismäki.
Quando Marcel, il lustrascarpe ex-scrittore di poco successo, s’imbatte in Idrissa, il giovane africano in fuga verso l’Inghilterra, non può fare a meno di adoperarsi per lui e si attiva alla ricerca di denaro con l’aiuto e la complicità dell’intero vicinato del suo quartiere (la panettiera, il fruttivendolo, la proprietaria del bar, gli amici): una cornice di persone umili, abitanti “dei margini”, capaci di stringersi attorno a loro senza esitazioni e con il calore rassicurante e vivo di un abbraccio. Anche Idrissa, a suo modo, sarà il “miracolo” di Marcel: nel momento in cui a sua moglie Arletty viene diagnosticato un tumore, si prenderà cura del lustrascarpe e, all’ospedale, la pregherà di rimettersi presto perché ha capito che il signor Marx non può vivere senza di lei. E non è un caso che tutto questo accada esattamente mentre Marcel, alla ricerca del nonno del ragazzo e pur di ottenere il permesso di vederlo, di fronte ad autorità quanto mai sospettose, si spaccia con candore e adorabile faccia tosta per “l’albino della famiglia”.
Miracolo a Le Havre è un film che ha il ritmo lento e i colori anacronistici di una favola, raccontata da protagonisti malinconici e un po’ malconci eppure forti nella loro dignità. Sullo sfondo c’è Le Havre, cittadina dalle case e dai locali angusti, sospesi nel tempo, percorsa da vicoli stretti ma con un porto sconfinato e straniante, un autentico “non luogo” di passaggio verso la libertà o forse l’illusione dell’esser liberati. Un mondo che sembra dividersi tra buoni e cattivi ma che riserva, però, la sorpresa finale (un prodigio anche questo) di un confine non così netto, nella figura del detective della storia, nero solo all’apparenza. Un mondo in cui i miracoli della solidarietà umana e della generosità sono ancora possibili a patto che, così sembra suggerire il regista, vengano costruiti, giorno dopo giorno, dal senso di civiltà e dalle mani delle persone comuni.
Miracolo a Le Havre, 2011, di Aki Kaurismäki.

Al via oggi le proiezioni del 29TFF, la 29esima edizione del Torino Film Festival, inaugurata dal direttore artistico Gianni Amelio ieri sera al Teatro Regio, circondato da presenze più o meno illustri: Penelope Cruz in nero arriva al braccio di Sergio Castellitto, Valeria Golino, Laura Morante, Carolina Crescentini, Charlotte Rampling, sindaco e assessori.
Attesi ma assenti Javier Bardem, Riccardo Scamarcio, Nanni Moretti. Inattesi ma presentissimi universitari e precari della cultura in sit-in di protesta contro i tagli passati e previsti.
Atmosfera bellissima, Torino fredda ma accogliente, centro sfavillante e l’immancabile imprevisto: la proiezione inaugurale di Moneyball in ritardo di oltre un’ora per un difetto nella pellicola inviata dalla Warner Bros.
Ma niente di irreparabile e il Festival comincia. Ci vediamo in sala.