L’ho provato per voi.
Mi sono registrata sul sito e adesso dovete aiutarmi. Posto che ogni donna, di tanto in tanto, desidera stravolgere il modo in cui si vede, o crede di vedersi, o crede che gli altri la vedano (e via così in un turbine di opportunità pirandelliane) perché non farlo con tutti gli strumenti che la tecnologia e il social networking ci mettono a disposizione?
The Hair Styler è un sito molto ben fatto, con sponsor di qualità come The Wall Street Journal e Vogue e una possibilità infinita di testare look differenti, sia per quanto riguarda il make up che, soprattutto, per quanto riguarda i capelli.
In pratica ti scatti una fotografia, la ritocchi e proporzioni con una procedura guidata che ti garantisce, se ben seguita, un risultato ottimale e inizi a provare centinaia di differenti capelli, tagli, colori, frangette, ricci, boccoli e lunghezze. Naturalmante si può anche accedere a un database sterminato di capigliature hollywoodiane e verificare così se ci dona di più un corto Demi Moore – Soldato Jane o lo scalato sbarazzino di Cameron Diaz. Se lo si desidera si può persino chiedere consigli e dritte alla community.
Ah, il tutto ha un costo ovviamente: 14 dollari e 95 per tre mesi di utilizzo. Ma resto convinta che si tratti di un investimento.
Ho visto una monografica dedicata a Steve McCurry due anni fa a Milano e mi è rimasta appiccicata agli occhi la sensazione che avrei voluto vederla e rivederla ancora quella mostra.
Sbirciando in rete ho scoperto che è imminente l’apertura di una nuova esposizione dedicata allo straordinario fotografo: dal 3 dicembre 2011 al 29 aprile 2012 infatti sarà possibile vederlo al MACRO di Roma.
Le oltre 200 fotografie esposte sono state scelte seguendo un percorso fatto di soggetti e di emozioni, cercando di scovare i fili comuni e gli impensabili legami che accomunano luoghi e persone di tutte le latitudini .
Non mancheranno alcune delle icone di McCurry, come il celebre ritratto della ragazza afgana dagli occhi verdi, scattate nel corso degli oltre 30 anni della sua straordinaria carriera di fotografo e di reporter; ma insieme a una selezione del suo vasto repertorio, saranno presentati per la prima volta i lavori più recenti, dal 2009 al 2011: il progetto the last roll con le 32 immagini scattate in giro per il mondo utilizzando l’ultimo rullino prodotto dalla Kodak, gli ultimi viaggi in Thailandia e in Birmania con una spettacolare serie di immagini dedicate al Buddismo, un lavoro inedito su Cuba.
Andate a vederla.
Per info www.macro.roma.museum
Non solo Vespa 46. Piaggio ha presentato il nuovo X10, un gioiello nel panorama degli scooter.
Estetica. Bello il frontale col gruppo ottico anteriore che racchiude il faro abbagliante, le due parabole a superfice complessa degli anabbaglianti e frecce ben inserite nel contesto. Gradevole l’inserto metallico che percorre orizzontalmente l’intero veicolo, creando un contrasto con le parti in tinta della carrozzeria.
Strumentazione. Tachimetro e contagiri – retroilluminati da una luce blu – e schermo LCD da 4 pollici del computer di bordo, anch’esso illuminato in blu, comandi sul manubrio retroilluminati, una soluzione iportante per la guida notturna in piena sicurezza, comoda la sella a 760 mm da terra, notevole la capacità di carico, una presa elettrica da 12V e porta USB per l’alimentazione del cellulare o del navigatore. Bagaliaio con luce di cortesia in grado di alloggiare due caschi integrali.
Motori. 125, 350 e 500 cc. Il 350 è degno di nota per la potenza (33,3 CV) e un ottimo valore coppia massima (32,3 Nm), mentre il 500 cc ha 40 CV e una coppia massima di oltre 42 Nm: ai vertici della sua categoria.
Tecnica. Telaio a doppia culla in tubi d’acciaio, forcella anteriore di tipo tradizionale con un’corsa di 115 mm. Freni con doppio disco da 280 mm all’anteriore e singolo disco da 240 mm al posteriore, dotato di serie del sistema di frenata combinata e, a scelta, del doppio sistema ABS/ ASR (Acceleration Slippery Regulation). Disponibile la versione con ABB e ASR.
Info su www.it.piaggio.com
Nasce qualche anno fa a Torino come evento off di Artissima, come allegra messa in scena d’arti varie in opposizione alla fiera patinata del Lingotto, frequentata da addetti ai lavori e galleristi alla moda.
Ora Paratissima è alla sua settima edizione, dal 2 al 6 novembre, proprio mentre l’Oval, al Lingotto, ospita come di consueto la Fiera Internazione d’Arte Contemporanea.
E’ difficile dire che cosa Paratissima sia diventata negli ultimi anni: nata come protesta, cresce senza direzione ma sviluppa una sua identità, senza lasciarsi infilare nelle gabbie di un genere prestabilito. Oggi è una vetrina per gli artisti senza galleristi, una passeggiata tra surreali rappresentazioni di giovani creativi refrattari ai linguaggi istituzionali, un agglomerato di avventori tra i quali non si distinguono più i pittori dai passanti, i fotografi dai fotografati, i video maker dai soggetti ripresi.
Forse è solo una grande installazione collettiva.
Info su www.paratissima.it
L’ultimo film di David Cronenberg, A dangerous Method, presentato al Festival di Venezia, rischia di peggiorare, e di molto, la tendenza che molti di noi hanno a cercare una radice inconscia in qualsiasi parola esca dalle labbra di chi ci sta accanto. Una tendenza che io, a dirla tutto, ho sempre trovato irritante.
Ma il film è godibile e Michael Fassbender nei panni di Jung convince. Lo stesso dicasi per Keira Knightley/Sabina Spielrein e le sue tendenze masochistiche e, naturalmente, per la barba freudiana di Viggo Mortensen, per il quale però nutro una passione tale che mi impedisce l’oggettività critica. Lo troverei irresistibile anche vestito da contadina tirolese.
Le provocazioni che ci lasciano in eredità i due scienziati della mente umana sono parecchie e il film, con moltissime libertà, si diverte a ricordarne qualcuna:
“A volte devi fare qualcosa di imperdonabile per continuare a vivere” (non trovate che questa rappresenti un gran bell’alibi per tutti quanti?)
“Devi essere ferito per guarire gli altri” (il che dovrebbe dare un minimo di senso a tutti gli squarci che ci portiamo nel petto suppongo)
Jung: “Di solito si pensa che debba essere l’uomo a prendere l’iniziativa”
Sabina: “Non credi che ci sia qualcosa di maschile in ogni donna e qualcosa di femminile in ogni uomo o che così dovrebbe essere?” (cosa che lei dice a un millimetro dalle virtuose labbra di lui)
Perché tanti affannosi sforzi per soffocare i nostri più elementari istinti naturali? (già, perché? Mi risulta che la risposta preferita sia un bla bla bla sulle convenzioni sociali)
Ci ho messo poi qualche attimo a riconoscere Vincent Cassel, che interpreta per una manciata di minuti il nevrotico in fuga Otto Gross, edonista fino all’estremo e teorico di una dottrina che lo spinge a dire, nell’accomiatarsi da uno Jung tormentato dal nascente adulterio: “Di qualsiasi cosa lei faccia, non passi mai davanti all’oasi senza fermarsi a bere.”
This must be the place è un film bellissimo con una colonna sonora particolarmente azzeccata, una fotografia che incanta e un manipolo di attori che fanno godere.
Mi viene insomma voglia di fare un sacco di spoiler, cosa dalla quale mi tratterrò.
Non posso trattenermi invece dal condividere con voi un elenco di frasi strepitose che Cheyenne – Sean Penn ci regala lungo tutto il film:
“Qui nessuno lavora più, tutti fanno qualcosa di artistico” (l’avete notato anche voi quanto è difficile incontrare qualcuno che alla domanda “cosa fai?” risponda idraulico, commercialista, muratore, panettiere, ingegnere civile?)
“Perché hai lasciato che l’architetto scrivesse CUISINE nella nostra cucina? Lo sappiamo che è la cucina” (perché lasciamo che un architetto ci scelga il colore delle tende prima che si accorga che abbiamo il tetto da rifare?)
Jane, la moglie: “Torna presto, lo sai che senza di te non riesco a vivere”. Cheyenne: “Non è vero, ma è bello che tu lo dica” (io lo penso in continuazione, uguale uguale)
“Chiedo scusa, però l’ho fatto apposta” (pure questo)
“Il problema è che passiamo troppo velocemente dall’età in cui diciamo Farò così a quella in cui diremo E’ andata così” (su questa ho percepito nettamente in sala una piccola scossa di drammatica consapevolezza condivisa)
“A pensarci bene ultimamente mi capitano molte cose rare” (e quando dice questo mi sono messa a fare un rapido catalogo delle cose che mi capitano e sono capitate e ho pensato che sì, è bello poter dire che ne sono capitate di rare)
Hanno abbattuto il mastodontico stadio delle notti magiche di Italia 90, il Delle Alpi, sono arrivati con le ruspe e hanno spianato la collina. A chi passava restava lo sconcerto per un’opera così titanica rasa al suolo e la curiosità di sapere cosa sarebbe successo su quel terreno e, soprattutto, in quanto tempo sarebbe sorto il nuovo stadio della Juventus.
Perché lo sapevano tutti, a Torino, a che scopo le rovine di uno stadio in disuso venivano portate vie con tanta premura: per far spazio al campo della Juventus. Uno stadio completamente nuovo, di quelli che finora si erano visti solo il tv: uno di quegli stadi con i posti a sedere praticamente a bordo campo, con il supermercato, i negozi, la socializzazione obbligata.
Che alla fine funzioni nei suoi scopi, che sia un successo economico oltre che sportivo, che conduca in curva le famiglie oppure no, tenendo lontani i facinorosi e i violenti degli spalti, poco importa. Quel che conta è che un certo concetto di nuovo è destinato, lo si voglia o meno, a trovare la sua forma anche nelle architetture post moderne di uno stadio di calcio.
www.ilnuovostadiodellajuventus.com
1) Internet serve a viaggiare di più: a chiacchierare giorno per giorno con le persone su internet, si finisce per scoprire le cose in comune e quelle no. Quelle no ti fanno venire voglia di aprire una produzione domestica di Napalm (e sì, su ff ho trovato anche chi si è reso disponibile a insegnarmi come…), oppure di invocare a voce stentorea un rapimento in massa da parte degli alieni, i Maya, la peste bubbonica o uno tsunami. Quelle sì, in compenso, ti strappano sorrisi anche nelle giornate no e spostano di una tacca verso il segno “più” la speranza in un futuro migliore. E siccome in tutto questo gran condividere e raccontarsi manca la parte per me fondamentale, che è poi la presenza fisica, finisce che viene voglia di prendere la bicicletta e andarle a trovare, le persone con cui hai qualcosa in comune. Certo, se l’amica o l’amico sta ad esempio a Roma e tu vivi a Milano, la bicicletta è un tantino scomoda, ma fortunatamente finché un viaggio in treno o in aereo non arriverà a costare un rene (e ci siamo vicini), ci sono modi e mezzi per raggiungere praticamente chiunque. E io quest’anno ho proprio viaggiato tanto (e ho ospitato tantissime persone meravigliose). E ci sono già dei nuovi spostamenti in programma per il 2012.


