Facebook

Stat

sql_logo2

Vacanze

Le Boulanger des Invalides Jocteur | 14 Avenue Villars

Questo è il testuale elenco di luoghi da visitare a Parigi fornito da Chiaratiz a un’amica. Leggete qui che meraviglia:

Pierre Hermé per mangiare il macaron au caramel salé: vale la pena, una volta nella vita
Vintage désir  Rue des rosiers 32: negozio di abbigliamento vintage piccolissimo ma bellissimo (non di sabato pomeriggio perché ci sono ottomila persone dentro) attaccato a:
L’as du Falafel, Rue des Rosiers 34: il miglior falafel di parigi nel posto giusto (quartiere ebraico) (Lì nei dintorni c’è anche un caffè russo dove si mangiano cose ottime)
Le Boulanger des Invalides Jocteur | 14 Avenue Villars (vicino agli Invalides) per una colazione o brunch (è un panificio con i tavolini ma molto carino e si mangia da dio)
La Grande Epicerie de Paris Rue de Sèvres 38 se volete comprare del cibo in un posto pazzesco.
Le Bon Marché per vedere un grande magazzino coi fiocchi (Rue de Sèvres 24) (meglio delle Galerie Lafayettes, per me)
Café maure de la Mosquée de Paris, Rue Geoffroy-saint-hilaire 39 per un tè alla menta o un caffè in un posto magico: è vicinissimo al
Jardin des Plantes  che è un parco magnifico anche se in questa stagione forse un po’ dimesso, non so.
Angélina Rue de Rivoli 226 è un posto classico (non a buon mercato) con atmosfera d’altri tempi dove si beve una cioccolata megagalattica con dei dolci superlativi, che in una giornata fredda può avere il suo perché. Può darsi che si trovi fila nei giorni di festa, per me vale la spesa.

Così si chiude la mail: Mi sono resa conto che ti ho segnalato praticamente solo cose di cibo, se vuoi anche i musei chiedi pure (negozi no perché sono negata per lo shopping).

Buon viaggio con molta invidia :-) Chiara

Adorable, n’est-pas?

Se avete suggerimenti e indirizzi su Parigi segnateli nei commenti. Integreremo volentieri la lista!

vintage desir

Nessuna donna possiede mai abbastanza borse, né abbastanza oggetti da riporvi.

Con questa massima tatuata in fronte passeggiavo senza meta nel Marais, durante la mia ultima visita parigina. La prima cosa che ho notato è stata la vetrina: piccola, zeppa, caotica. E piena di borse degli anni Cinquanta. Ho bisogno di una borsa? Ne ho davvero bisogno? No. Lo penso mentre varco la soglia. Non è un vero e proprio negozio: è più simile a una bottega stipata di appendiabiti, ganci colmi di vestiti, giacche, cappotti. Magliette e camiciole sono gettate alla rinfusa dentro ceste in prossimità della cassa. Sulle ceste c’è scritto 3 €. Le borse sono appese alle maniglie di porte che non vanno da nessuna parte, nessuna costa più di 10 €. In terra ci sono dozzine di scarpe, appaiate con elastici, buttate negli angoli in un disordine lasciato in dono dal passaggio febbrile di decine di avventori. Il camerino è un angolo di spazio inesistente dietro una tenda bordeaux, e per accedervi bisogna fare una lunga coda insieme a clienti di ogni idioma.

Se andate a Parigi non potete perdervi questo piccolo rifugio per gli amanti dell’usato. O del vintage, se preferite dargli il suo nome nobile: si chiama Vintage Désir, ma sulla porta c’è l’indicazione Coiffeur, come spesso accade a Parigi, dove si risparmia sull’insegna perché fa figo e tanto quel che conta è il contenuto piuttosto che il nome del contenitore. Detto tra noi, credo sia impossibile uscirne a mani vuote.

Io ho comprato una borsa degli anni Cinquanta uguale uguale a quella di zia Nunziatina, una minigonna di pelle nera grande come un francobollo e una maglietta bianca di cotone ricamato. In tutto ho speso 18 €.

Vintage Désir, 32 rue De Rosier, Paris.
Metropolitana: fermata Saint Paul, linea 1

(foto via www.icuinparis.com)

Chi ci è stato giura che una volta provata l’esperienza non è più possibile tornare indietro.

L’Ile du Levant è una piccola isola nel sud della Francia, a largo delle coste provenzali. E’ parte dell’arcipelago delle Isole d’Hyères, note anche come Isole d’Oro. Caratterizzata da una natura inviolata, l’Ile du Levant si ricorda per essere il primo parco nazionale europeo fin dal 1963: al suo interno si trovano migliaia di specie diverse di pesci, ucceli, animali, fiori e piante, preservati in un habitat praticamente intatto grazie a norme rigorose, tra le quali la totale assenza di mezzi di trasporto e di illuminazione pubblica.

Ma non solo per la sua ricchezza di flora e fauna si ricorda: l’Ile du Levant è infatti nota per essere la sede della prima colonia di naturisti francesi, risalente al 1931. Ottant’anni dopo l’isola è una delle più note mete per il naturismo internazionale.
Chi lascia il battello che conduce sull’isola lo sa: una volta a terra dovrà liberarsi dall’ingombro delle maschere quotidiane, dalle gabbie delle apparenze e dalle costrizioni del conformismo. Anzi, è sull’isola esattamente per questo motivo. Via i vestiti dunque, le scarpe da allacciare, le camicie da stirare, i pantaloni da piegare. Sull’Ile du Levant il naturismo è ovunque: in spiaggia, per strada, al supermercato, al bar. E coinvolge tutti, nell’armonia e nell’equilibrio di una nudità spontanea e naturale: coppie e famiglie, ragazzi, adulti, bambini.

E chi sceglie il pareo per accomodarsi al ristorante lo fa solo per igiene, non certo per timidezza.

Foto via | bormeslelavandou

scambio casa

I modi di concepire il viaggio sono probabilmente tanti quanti gli abitanti del pianeta.

Lo scambio di casa è una delle possibilità, che in tempo di crisi ha anche i suoi bei vantaggi economici: per una famiglia di 4 o più persone (ce ne sono tante) il costo dell’albergo, della casa in affitto o anche solo del campeggio, incide in modo non irrilevante sul budget complessivo del viaggio, quindi la convenienza di disporre di un alloggio gratis è evidente.

Sarebbe riduttivo, però, limitare al risparmio in termini economici la ragione della scelta di questa tipologia di vacanza: gli home swappers sono convinti che questo genere di approccio regali la possibilità di un turismo diverso, che avvicini alla cultura del luogo tramite l’acquisizione degli usi e costumi propri dei suoi abitanti.

Certo, lo scambio non è per tutti: è necessaria una certa predisposizione alla fiducia, la curiosità nei confronti non solo dei luoghi ma anche delle persone con cui si verrà a contatto, la voglia di conoscere itinerari al di fuori dai circuiti più turistici e l’adattabilità necessaria ad affrontare i piccoli imprevisti che prima o poi saranno inevitabili (ma quale vero viaggio, poi, è esente da imprevisti?).

Il costo associativo varia a seconda delle organizzazioni di home swapping: dai 50,00 € annui di Homeforhome agli 83,40 € di Scambiocasa ai 120,00 € di Homelink, per citare i più conosciuti.

La quota associativa garantisce la possibilità di accedere per un anno alla banca dati, aggiornata di continuo dai soci, nonché di pubblicare un annuncio personale, modificabile in ogni momento, per scambiare la propria casa.

Homelink, uno dei leader mondiali dello scambio casa con i suoi 13.000 iscritti in 70 paesi del mondo, assicura di non aver avuto, dal 1953, nemmeno una denuncia di furto: un buon segno per chi decidesse di iniziare adesso.
Chiara

automobili anfibie

Ma avete notato quanto costa andare in Sardegna quest’anno?

I prezzi sembrano raddoppiati. Sarà forse per una maggior richiesta dei vacanzieri (la crisi sta finendo, dicono, e si sa: più si alza la domanda più lievitano i prezzi), sarà che la Sardegna ha detto no al nucleare, o forse perché ci dovevo andare io per lunghi periodi e il destino mi sta suggerendo qualcosa, certo è che spostarsi con la macchina e dormire in cabina pare di pernottare ad Abu Dabi.

Ho temuto che fosse la compagnia interpellata ad essere in difficoltà. Ho provato allora con un’altra: stesso risultato. Un’altra ancora e infine l’ultima che conoscevo. Incredibile.

La coincidenza è di quelle degne di Nostradamus: tutte le compagnie hanno alzato i prezzi dal 90 al 110% rispetto ai prezzi applicati l’anno scorso.

Beh, stamattina scopro che quella malfidente dell’Autorita’ Garante della Concorrenza e del Mercato ha aperto un fascicolo nei confronti delle societa’ Moby, Snav, Grandi Navi Veloci e Forship (marchio “Sardinia Ferries”), per verificare se per caso abbiamo fatto cartello.

La vergogna, manca, da noi.

Foto rubata a tulipanorosa.blogspot.com