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Vita di coppia

Non siamo compatibili: io guardo film coreani in lingua originale, tu possiedi i DVD delle serie complete di Stursky e Hutch. Io sono abbonata a Vanity Fair, tu leggi l’inserto culturale del Sole Ventiquattrore.

Io alla sera mi addormento mentre ceno, tu dopo le 22 hai addosso più adrenalina di Bolt sul traguardo dei 100 metri. Come faremmo ad andare d’accordo?

Il massimo dello sport che pratico sono le tre rampe di scale che separano il divano dal piano terra, tu fai 40 vasche al giorno in piscina. Lo so che detesti i libri che ammucchio alla rinfusa per casa, e sei consapevole che io odio quelle maledette scarpe da calcetto puzzose.

Tra noi non c’è dialogo: tu spieghi e io ho ragione. Guarda, davvero, lascia perdere, non ti ascolto neanche: io-ho-ragione. Voglio avere l’ultima parola su tutto, anche sul fuorigioco che non c’era. E non importa se ho sempre pensato che il fuorigioco fosse un gioco da fare fuori, all’aperto.

Io bevo solo acqua naturale. Fuori frigo. Tu in casa non hai altro che riserve immense di beck’s, cocacola e acqua ghiacciata. Frizzante naturalmente.

Non potremmo mai sopportarci. Io sono logica, razionale e granitica. Tu non hai alcun contatto con la realtà. Gli astri stessi decretano la nostra fine e almeno due volte alla settimana abbiamo Saturno contro. Non faremmo che litigare.

Adesso, ti prego, mi chiami?

Questa è la soluzione delle soluzioni: una relazione a distanza. È fantastico: trascorri il tuo tempo in struggimenti, nostalgie, telefonate notturne ad alto tasso erotico. Senti veramente la mancanza dell’altra persona, così ti ricordi ogni giorno di quanto sia importante.

Io non li capisco quelli che si torturano perché non possono vedere il partner settanta volte al giorno. Io ho convissuto due mesi e mi è venuto l’esaurimento. Anche a lui in effetti: non sono un granché a nascondere le insofferenze. Gli ho spaccato la radiosveglia preferita, l’ho chiuso sul pianerottolo in accappatoio, mi sono depilata le ascelle con la sua lametta da barba e ho passeggiato coi tacchi a rocchetto sopra il suo portatile.

E lui non è stato da meno: ha dimenticato di dar da mangiare al gatto per sei giorni di fila, mi ha tagliato a striscioline sottili un vestito di max mara e mi ha spaccato i tacchi a rocchetto di cui sopra.

Lì abbiamo capito che non eravamo fatti per vivere insieme. E ci siamo allontanati. Fisicamente intendo, ognuno a casa sua: ora ci vediamo solo nei finesettimana, chattiamo su skype, ci coccoliamo al telefono e riusciamo a coltivare tutti i nostri impegni, dall’abbonamento alla danza classica alle partite di beachvolley sulla spiaggia finta che c’è in quella palestra del centro. Bè, lo so che lui abita solo al piano di sopra. La gente non capisce. Invece è davvero il massimo dell’intimità. Il venerdì sera mi trasferisco io su fino alla domenica, o viene lui di sotto, a turno. Con tanto di borsa da weekend, ciabatte, spazzolino e beauty case.

bambini sotto i cavoli

Qualsiasi coppia appena sfuggita all’assillo delle domande tipo “ma allora, quand’è che vi sistemate?“, quasi immediatamente dopo si sente chiedere: “Insomma, adesso che siete sistemati lo fate un bel bambino?”.

Ecco, le tre alternative possibili sono:

1) Non lo vogliono. In questo caso è significativamente improbabile che l’esortazione di un soggetto più o meno estraneo alla coppia li convinca, a meno che non sia un ricchissimo zio d’America che pone come condizione per una eredità multimilionaria quella che la coppia si riproduca entro una certa data.

2) Non possono averlo. In questo caso qualsiasi commento in merito, da parte di chiunque, non è altro che un rinnovare il dolore e obbligare la coppia a parlare di qualcosa di molto personale che magari preferirebbe tenere per sè. Sentirsi dire quanto dispiace (trattenendo l’impulso a rispondere “e sapessi quanto dispiace a me…”) e doversi sorbire ennemila discorsi dal “ma li potete adottare” al “ma non potete affittare un utero?” mentre stai lì a domandarti perché la gente non si faccia gli affaracci suoi su questioni tanto delicate.

3) Non sapevano come si fanno i bambini/non avevano mai pensato di averne. Mi rendo conto che questa terza opzione risulti la più improbabile, ma converrete che dà vita a conversazioni a loro modo interessanti:

- Perché non fate un bambino?

- Un bambino… ma che bella idea! Tesoro, hai sentito? Perché invece del corso di chitarra indiana e cucina cingalese non facciamo un bambino?

- Ma che idea deliziosa, cara! Annullo anche la prenotazione al golf club.

Oppure

- Perché non fate un bambino?

- Un bambino? cioè noi due possiamo fare un bambino? tutti da soli? così? ma dai… e io che pensavo che fosse una cosa complicata…

(Di Batchiara)

A una donna puoi dire tutto meno che è una donnetta. È la teoria di un amico merciaio che di donne ne vede passare molte e spesso vende loro biancheria intima scelta con cura.

Una donnetta è una creatura di sesso femminile sciatta di modi, gesti e animo. Una bipede del mio stesso sesso che alimenta pregiudizi pessimi sull’intera categoria e che, quando le cose le vanno veramente male, non muove in me neanche un briciolo di solidarietà. Perché non la sopporto nemmeno io la donnetta: non provo pena per i suoi guai o tenerezza per i suoi scatti di nervi, né riesco a giustificare la goffa arroganza dietro cui si nasconde.

È sempre convinta di essere nel giusto. Non tanto per virtù innata o acquisita, quanto per incapacità di maturare visioni d’insieme che contemplino l’errore accanto alla ragione. Tratta con sufficienza le donne, con le quali si rapporta solo per mezzo di piccole spietate invidie, e con la stessa sufficienza si accosta agli uomini, cui si concede con un magnanimo gesto di benevolenza. È colei che, convinta di poter sedurre,  si muove con la grazia di un autoarticolato, immedesimandosi a tal punto nella parte del personaggio principale da perdere di vista le dinamiche reali di relazione di coppia che, in quanto tali, vanno alimentate in due. Ma non dialoga la donnetta: monologa.

Qualcuno talvolta confonde la donnetta con la gatta morta. È un errore: la gatta morta possiede un’arte, discutibile ma riconosciuta come tale, e mantiene salda una qualche consapevolezza nel gioco che sta conducendo, mentre languida induce un uomo a porgerle il braccio per attraversare la strada.
Alcuna consapevolezza muove invece i gesti della donnetta, che rivendica per sé un’autonomia di giudizio di cui, a causa delle lacune d’intelletto che la affliggono, non sa che farsi.

L’argomento è di quelli difficili, legato a pregiudizi e sospetti di varia natura. Ma vale la pena approfondirlo. Io l’ho fatto, in modo scientifico, fisiologico ed emotivo, grazie naturalmente a due soci di sesso maschile e a una serie di testimonianze anonime.

Dunque, perché mai un uomo dovrebbe decidere di depilarsi (e non stiamo parlando delle gambe né del petto)?

1. Migliora l’igiene, attenuando sudorazione e le relative conseguenze, anche se l’omo è omo…;

2. Dona una piacevole sensazione di freschezza;

3. Migliora le sensazioni “tattili” sia durante i preliminari – pelle su pelle tra due corpi lisci anche nelle zone intime è un’esperienza sorprendente – che durante il rapporto;

4. Non si incastrano orpelli piliferi nei punti strategici della punta, con doppio vantaggio 1) eviti il dolore se hai un momento di “eccitazione” 2) Se un pelo si posiziona proprio lì, il flusso che si sdoppia e tu che invece di fare centro te la fai sulle scarpe, entrambe (gli uomini non lo dicono ma capita);

5. Non si lasciano riccioli sui sanitari di casa propria e altrui, che mica a tutti piacciono;

6. Alcune persone soffrono di gag reflex e se non sapete cos’è, buon per voi. Con la depilazione si risolve il problema alla radice, in senso letterale;

7. Una donna si dedica con passione maggiore a scoprire, sollecitare e stuzzicare angoli segreti dei quali rischia di dimenticarsi se ricoperti da fitta peluria.

Il fastidio da ricrescita pare sia un problema che si presenta per gli uomini solo le prime volte e poi mai più. In quanto donna posso confermare che il fastidio da ricrescita è quasi del tutto assente quando la depilazione avviene tramite ceretta. Ma sul rasoio a lame nutro molti, fondatissimi, dubbi.

E’ capitato a tutti: ci siamo trovati a dialogare con qualcuno che a un certo punto, nel bel mezzo della conversazione, ha alzato le braccia verso di noi per toccarsi i capelli o la nuca, apparentemente senza motivo. Abbiamo anche letto da qualche parte che si tratta di una chiara allusione, una manifestazione d’interesse fisico, descritta nel dettaglio da tutti i manuali di comunicazione non verbale.

Ho sempre trovato curiosi gli strumenti con i quali il nostro corpo lancia segnali a nostra insaputa: questo significa che anche quando la nostra ragione dice “no” è molto facile che le nostre cellule, per ragioni squisitamente antropologiche, decidano invece di gridare “sì”.

Si tratta di eredità ancestrali incontrollabili e, nello specifico, quella delle braccia che si sollevano è una diffusione animale di ferormoni: l’individuo esercita il controllo sullo spazio che lo circonda attraverso l’odore che dovrebbe rilasciare la sua ascella. E il controllo, si capisce, si estende dallo spazio agli ospiti di tale spazio, normalmente di genere opposto. Il messaggio è dunque chiaro: femmina, vieni, accoppiamoci per il bene della specie.

In pratica, per la nostra evoluzione, tra le altre cose, mi preoccupa un po’ l’ingerenza conclamata di alcuni deodoranti.

Pronto?

Sì… ciao, sei Federica?

Ehm… ciao, sono… Giuseppe, sai, l’amico di Michele, ci siamo incrociati l’altra sera, ti ricordi?

Ah, sì, ciao…

Ecco, ti chiamo perché volev…

E’ SUCCESSO QUALCOSA A MICHELE??

No No No, tutto a posto. No, è che lui mi ha dato il tuo numero… sai, pensava che magari qualche volta ci si poteva vedere…

Vedere?

Sì, insomma tra di noi…

Ma noi chi?

Tu ed io

Cioè fammi capire: Michele ti ha dato il mio numero così magari TU ED IO ci si vede?

Eh. Qualcosa del genere…

No dico, ma sei scemo?

Beh…

Mi correggo: vi hanno trapiantato il cervello di una capra a tutti e due?

Senti, mi sembrava una cosa carina. E poi scusa se te lo dico, ma Michele l’hai visto tre volte e non mi sembra molto interessato. Invece a me piaci abbastanza.

Ti piaccio abbastanza? Ma dai

Eh, sì

Ma sei un romanticone.

No, scusa, hai ragione. Volevo dire che Michele è uno stronzo mentre a me piacerebbe conoscerti meglio, berci una cosa insieme, magari giocare a briscola una volta e bla bla bla

A briscola e bla bla bla?

O anche a monopoli

Eccerto. Ma dimmi dove ti hanno insegnato a corteggiare una donna?

Sono autodidatta

Capisco. Senti

Dimmi.

Lascia che ti dica qualcosa del tuo amico Michele

Cosa?

Non gli tira proprio. Ma niente niente.

Ah, magari è una cosa passeggera. Allora questa briscola?

Facciamo monopoli

Ti ha chiamata?

In effetti no

Come no?

No. L’ho chiamato io. Ha detto che non era riuscito a chiamarmi perché aveva il telefono scarico

L’altra settimana invece non era riuscito a chiamarti perché aveva dimenticato il cellulare da sua zia…

Stai insinuando che lo faccia apposta?

No. Sto solo cercando di capire che tipo di rapporto ha quest’individuo col telefono

È solo un po’ sfortunato. Dieci giorni fa gliel’hanno rubato. Meno male che l’ho chiamato io, l’avevano scippato da poco e ho potuto consolarlo

Ma se gliel’avevano rubato come ha fatto a rispondere…?

Aveva recuperato il numero… che malfidente sei!

Mi ricordi da quant’è che lo conosci?

Un mese e mezzo

Quante volte avete fatto sesso?

Due

Quante volte ti ha chiamata in questo mese e mezzo comprensivo di una doppietta erotica?

Tre

E tu?

Non ha importanza chi chiama di più. È solo un caso…

Quante?

Ventotto

Adesso mi fai il favore di non cercarlo più a meno che non sia lui a farlo?

Non posso

E perché?

Ha detto che non potrà chiamarmi per un po’

Che significa?

Mi ha spiegato di essersi rotto tutte le falangi giocando a fresbee

Il primo di questi Gate, come lo chiamano, è aperto a Torino da qualche mese. Ma a breve ne sorgeranno anche a Milano, Brescia, Bergamo, Venezia, Roma, Bologna e molte altre città. Non è facile trovare le parole per raccontarvi di che si tratta. Parlare di “camera a ore” è senz’altro inadatto e di certo gli artefici di questo business dell’amore creativo lo troverebbero offensivamente riduttivo.

Nel materiale promozionale è descritto così:

Un nuovo luogo di evasione da vivere in coppia, per condividere alcune ore, una notte o un weekend di intimità e intenso relax. Un’esperienza per accarezzare atmosfere e sensazioni di paesi lontani, nel tempo e nello spazio.

Questo è SixLove. Non camere ma vere e proprie destinazioni, in cui il comfort e la riservatezza si fondono con il piacere, nel calore di un grande bagno avvolgente o una sauna privata, di un bagno turco o un idromassaggio, di un’affascinante stanza del sale. Solo per voi.

Ogni ambiente una meta diversa, ricca di colori, profumi, suoni.  Ogni esperienza un viaggio multisensoriale nella fantasia. Per rendere indimenticabili anche le tue ricorrenze importanti (compleanni, anniversari e ogni momento speciale), prenota un SixDay.

Tutto nel massimo rispetto della privacy, tutto nell’eccellenza di un servizio top class. A un costo corretto.

A Torino il primo paradiso dei sensi e delle emozioni è aperto. SixLove.

Dunque. Esperienza sensoriale. Non camere ma destinazioni. Bagno avvolgente. Privacy. Costo corretto. SixLove. Allora, si tratta di questo: un hotel dove prenotare qualche ora in compagnia. Cosa c’è di diverso rispetto al motel all’uscita della tangenziale? Le stanze a tema. A tema significa proprio che ogni stanza vi accompagna da qualche parte: l’antico Egitto, il giurassico, l’isola di Tonga, il deserto. Il tutto con rigore scenografico, tende beduine, cieli finti, letti imperiali, caverne in plexiglass. Con parcheggio riservato naturalmente. Quattro ore ve le danno a partire da 75 €, tutto escluso e la cartolina che vi invita a prenotare recita Per un piacere adulto. Il sito è uno spasso e le fotografie a scorrimento mostrano coppie ammiccanti in pose improbabili.

Qualcuno va a provarlo e poi ci racconta?

Info su www.sixlove.it

zero assoluto pedermi album coverCi sono poche certezze nella vita. Una di queste è il tormentone estivo degli Zero Assoluto. Io, nonostante abbia passato l’età, nutro un’insana passione per Matteo Maffucci, i cui brevi articoletti su Vanity Fair trovo simpatici e spiritosi. Sulla qualità musicale dei pezzi che ci elargisce periodicamente insieme a Thomas De Gasperi invece preferisco non pronunciarmi. Insomma, non c’è granché da dire. Musicalmente sono insignificanti e tematicamente ci troviamo di fronte a canzonette orecchiabili e sospirose che parlano per la maggior parte di cuori infranti, storie che finiscono, amori che non tornano.

Quest’estate ci hanno rifilato “Perdermi”, di cui vi faccio leggere il testo, nel caso ve lo foste perso perché distratti.

Sto aspettando
Da mezz’ora in mezzo a gente sconosciuta
All’entrata del locale e fa un po’ freddo
E’ solo quando sei lontana che mi manchi
E ti ritrovo nei ricordi di un’estate insieme
E non è vero
Che era meglio
Tanto tutto è già passato
Tanto tutto è già un ricordo e siamo qua
In mezzo al fumo artificiale
Luci bianche
Il tuo sguardo
Che si accende
Dentro (ad) un sorriso
E io ti vedo
E tu mi vedi
Basta un attimo e chissà
Se non ci fossimo incontrati mai
E ci vedessimo oggi per la prima volta
Quali scuse troverei
Ancora
Perdermi,Perdermi e perdermi …poi ritrovarmi
Perderti per ritrovarti qui
Ancora
Se c’è una cosa che ti piace corri a prenderla
E’ inutile aspettare
[…]
Chiudi gli occhi
E dimmi solo se stanotte
Vuoi scappare via con me
[…]

Di cosa parla questa canzone? Facile: di due che si sono detti addio e che il destino fa incontrare in un localaccio dove ti sparano in faccia il fumo finto e i fari ti accecano. I due si riconoscono in mezzo alla folla, si sorridono mezzi abbagliati e lui guardandola comincia a chiedersi come sarebbe ricominciare tutto da capo. Come sarebbe ripercorrere insieme tutta quella strada? C’è da dire che il Se non ci fossimo incontrati mai E ci vedessimo oggi per la prima volta Quali scuse troverei lo trovo carino. Banale ma carino: quali scuse troverei per avvicinarti, parlarti, trovare il modo di toccarti. Mi piace un po’ meno invece l’insistente ritornello del Perdersi per ritrovarsi ancora. Che significa? Perdersi e rincontrarsi diversi, cresciuti, più adatti a una relazione che se è finita un motivo ci sarà? Perdersi ha un senso, si suppone. E ritrovarsi? Dove sta la consequenzialità tra i due momenti? L’ideale sarebbe ritrovarsi senza essersi mai perduti. Chiudi gli occhi e dimmi solo se stanotte vuoi scappare via con me.

Mah. Sto facendo l’esegesi di una canzone degli Zero Assoluto. Degli Zero Assoluto, capite? Altro che Splendidi Quarantenni, qui stiamo a bagnomaria nella pubertà.