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Aki Kaurismäki

locandina Miracolo a Le HavrePuò l’incontro tra un ragazzino immigrato dall’Africa in un container, in corsa verso la possibilità di ricongiungersi a sua madre, e un anziano lustrascarpe un po’ bohémien, contenere il seme di un evento miracoloso? Sembra proprio di sì, se a raccontarcelo è la poesia scarna, amara, ma dotata di sorprendente senso dell’umorismo e di un suo modo inusuale di sorridere al mondo nonostante tutto, di Aki Kaurismäki.

Quando Marcel, il lustrascarpe ex-scrittore di poco successo, s’imbatte in Idrissa, il giovane africano in fuga verso l’Inghilterra, non può fare a meno di adoperarsi per lui e si attiva alla ricerca di denaro con l’aiuto e la complicità dell’intero vicinato del suo quartiere (la panettiera, il fruttivendolo, la proprietaria del bar, gli amici): una cornice di persone umili, abitanti “dei margini”, capaci di stringersi attorno a loro senza esitazioni e con il calore rassicurante e vivo di un abbraccio. Anche Idrissa, a suo modo, sarà il “miracolo” di Marcel: nel momento in cui a sua moglie Arletty viene diagnosticato un tumore, si prenderà cura del lustrascarpe e, all’ospedale, la pregherà di rimettersi presto perché ha capito che il signor Marx non può vivere senza di lei. E non è un caso che tutto questo accada esattamente mentre Marcel, alla ricerca del nonno del ragazzo e pur di ottenere il permesso di vederlo, di fronte ad autorità quanto mai sospettose, si spaccia con candore e adorabile faccia tosta per “l’albino della famiglia”.

Miracolo a Le Havre è un film che ha il ritmo lento e i colori anacronistici di una favola, raccontata da protagonisti malinconici e un po’ malconci eppure forti nella loro dignità. Sullo sfondo c’è Le Havre, cittadina dalle case e dai locali angusti, sospesi nel tempo, percorsa da vicoli stretti ma con un porto sconfinato e straniante, un autentico “non luogo” di passaggio verso la libertà o forse l’illusione dell’esser liberati. Un mondo che sembra dividersi tra buoni e cattivi ma che riserva, però, la sorpresa finale (un prodigio anche questo) di un confine non così netto, nella figura del detective della storia, nero solo all’apparenza. Un mondo in cui i miracoli della solidarietà umana e della generosità sono ancora possibili a patto che, così sembra suggerire il regista, vengano costruiti, giorno dopo giorno, dal senso di civiltà e dalle mani delle persone comuni.

Miracolo a Le Havre, 2011, di Aki Kaurismäki.

(Di availableinblue)