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analisi del testo

Tolti quei testi filosofici e ontologici, dichiarati collage di voci dell’enciclopedia filosofica, ci sono canzoni di Battiato che la gente ricorda e ama per la loro capacità di attraversare decenni di musica e conservare intatto il loro messaggio. Sono testi sempre attuali, moderni, citatissimi. È il caso di “Up patriots to arms”, presente nell’album “Patriots”, datato 1980. Oltre trent’anni quindi, che questo testo porta benissimo: ci dice che vale la pena prendere posizione, che occorre stare attenti di fronte a logiche di potere false ed ingannevoli.

La cover dei Subsonica, che arriva dopo anni di stima reciproca tra la band e Battiato, è un bellissimo esempio di restyling per parole che val la pena rileggere.

La fantasia dei popoli che è giunta fino a noi
non viene dalle stelle…
alla riscossa stupidi che i fiumi sono in piena
potete stare a galla.
E non è colpa mia se esistono carnefici
se esiste l’imbecillità
se le panchine sono piene di gente che sta male.

Up patriots to arms, Engagez-Vous
la musica contemporanea, mi butta giù.

L’ayatollah Khomeini per molti è santità
abbocchi sempre all’amo
le barricate in piazza le fai per conto della borghesia
che crea falsi miti di progresso
Chi vi credete che noi siam, per i capelli che portiam,
noi siamo delle lucciole che stanno nelle tenebre.

Up patriots to arms, Engagez-Vous
la musica contemporanea, mi butta giù.

L’Impero della musica è giunto fino a noi
carico di menzogne
mandiamoli in pensione i direttori artistici
gli addetti alla cultura…
e non è colpa mia se esistono spettacoli
eon fumi e raggi laser
se le pedane sono piene
di scemi che si muovono.

Up patriots to arms, Engagez-Vous
la musica contemporanea, mi butta giù.

L’analisi del testo è un vezzo che mi appartiene e oggi la applico al nuovo tormentone radiofonico del momento, il “Manifesto futurista della nuova umanità”, con cui il vecchio Vasco tenta di impartirci qualche lezione di vita. In fondo può permetterselo: ha 59 anni e di certo ha visto più cose di me. Il fatto che l’ultimo album che io ritenga degno di ascolto sia “Gli spari sopra”, del 1993, influenzerà marginalmente le considerazioni che seguono.

Tanto per cominciare il “Manifesto futurista della nuova umanità” dimostra, da parte del nostro autore, una totale ignoranza di quel che il futurismo è stato e ha promosso all’inizio del Novecento. E non lo dico con pedanteria: lo dico perché ci terrei che i giovani ascoltatori del Blasco non lo considerassero l’inventore di una corrente poetica innovativa e avveniristica, bensì un vate furbastro dalla scarsa creatività. Considero quindi il titolo una furfanteria, anche vagamente contraffatta.

Detto questo vorrei che leggeste il testo e vedeste il video:

La cosa più semplice
Ancora più facile
Sarebbe quella di non essere mai nato
Invece la vita
Arriva impetuosa
Ed è un miracolo che ogni giorno si rinnova
Ti prego perdonami ti prego perdonami
Ti prego perdonami se non ho più la fede in te
Ti faccio presente che
È stato difficile
Abituarsi ad una vita sola e senza di te

Mi sveglio spesso sai
Pieno di pensieri
Non sono più sereno
Più sereno Com’ero ieri
La vita semplice
Che mi garantivi
Adesso è mia però
È lastricata… di problemi

Ho l’impressione che
La cosa più semplice
Sarebbe quella di non essere mai nato
In fondo la vita
È solo una scusa
È lei da sola che ogni giorno si rinnova
Ti prego perdonami ti prego perdonami
Ti prego perdonami se non ho più la fede in te
Ti faccio presente che
Ho quasi finito
Ho quasi finito anche la pazienza che ho con me

Sarà difficile
Non fare degli errori
Senza l’aiuto di
Di potenze Superiori
Ho fatto un patto sai
Con le mie emozioni
Le lascio vivere
E loro non mi fanno fuori

Parliamone. Che la morte di dio sia un tema usato e abusato da filosofi, poeti e cialtroni durante tutto il XX secolo non devo dirvelo io perché lo sapete da soli. Quello che mi lascia perplessa è sempre il solito punto: il riciclaggio ruffiano di immagini che appartengono a una certa tradizione. Immagini che vengono centrifugate, frullate, accompagnate da un giro di accordi rock (sempre lo stesso, di cui qualcuno per altro sussurra che somigli in modo sospetto a “Holiday” dei Green Day) e presentate come “originali provocazioni ironiche”.

Non sentenzio per pregiudizio: lo dico da ascoltatrice appassionata e attenta. Nonché parte, in passato, del pubblico da stadio del nostro.

Vasco, davvero questo è il tuo ultimo tour? È una promessa?

Vedo nero. Molto. Ho proprio una qualche forma di iracondia che mi assale. Vorrei spendere qualche parola per analizzare insieme a voi il testo di quella che ritengo ufficialmente la canzone più brutta dell’estate. Non voglio farne una questione femminile, sia chiaro, e nemmeno musicale, avendo purtroppo questa canzone tutte le caratteristiche ritmiche tipiche del tormentone, in grado quindi di trapanarci con efficacia il cervello per mesi. Ne voglio fare una questione di contenuti: che un 56enne celebri le gioie della femmina non dovrebbe stupire nessuno, quel che mi sconcerta sono la gigioneria, la ruffianeria, la vacuità del testo e la mancanza di pudore con cui il 56enne in questione rumoreggia senza sosta dalle casse “dove c’è pelo c’è amor”.

Ma vediamo insieme le strofe.

Vedo nero
coi miei occhi
Vedo nero
e non c’è pace per me
Perdo il pelo
Shock the monkey
Vedo nero
e non capisco cos’è

Di queste prime righe, l’ignaro ascoltatore afferra soltanto “vedo nero e non c’è pace per me” e subito si interroga sul pessimismo cosmico che anima il povero Fornaciari. La strofa si chiude con un’implicita domanda “non capisco cos’è”. Già, cos’è? Ce lo fanno intuire i versi successivi.

C’è un odore di femmina quaggiù
e un profumo di sandalo e bambù

“Odore di femmina” vorrebbe essere sensuale, così come il “profumo di sandalo e bambù”. Ma la sensualità si schianta contro le scena che segue:

Vedo nero
coi miei occhi
come disse la marchesa camminando sugli specchi:
me la vedo nera
ma nera nera!
Ma non mi arrendo
alzabandiera!
Vedo nero
sai perché?
Te! Voglio te!

Voglio te!

A questo punto l’ascoltatore ha capito di che “nero” stiamo parlando. Sì, di quello. Ancora cerca di convincere se stesso di aver capito male, ma i dubbi se ne vanno presto, soprattutto grazie alla finezza di due immagini: la marchesa che cammina sugli specchi (e si suppone che non abbia le mutande e dice “me la vedo nera”) e l’alzabandiera. Ora, mi direte che sono maliziosa, ma a me quest’alzabandiera fa veramente rabbrividire. E non di piacere.

Vedo nero
tra i tuoi fianchi
danza il cielo e non ho pace per te
Oro nero
shock the monkey
Vedo nero
e non capisco cos’è

C’è nell’aria una musica del sud
Tropicana vertigine sei tu
Dove c’è pelo c’è amor

E qui abbiamo il colpo di genio: “dove c’è pelo c’è amor”. Nemmeno i camalli genovesi avrebbero saputo azzardare tanto in filodiffusione nazionale. E la mia non è una considerazione etica o morale, ma di semplice buon gusto.

Vi risparmio il seguito, che pur meriterebbe (penso ad esempio alla leggiadria della “seta della sera”, che suppongo non di tessuto si tratti), e mi limito a dirvi che quando la incontro per radio io cambio frequenza. E che il link al video qui sotto ve lo metto solo perché magari non l’avete ancora sentita e volete sapere di che sto parlando. Ma fossi in voi non ci cliccherei su.

Il Video su Youtube