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paratissima 2011Nasce qualche anno fa a Torino come evento off di Artissima, come allegra messa in scena d’arti varie in opposizione alla fiera patinata del Lingotto, frequentata da addetti ai lavori e galleristi alla moda.

Ora Paratissima è alla sua settima edizione, dal 2 al 6 novembre, proprio mentre l’Oval, al Lingotto, ospita come di consueto la Fiera Internazione d’Arte Contemporanea.

E’ difficile dire che cosa Paratissima sia diventata negli ultimi anni: nata come protesta, cresce senza direzione ma sviluppa una sua identità, senza lasciarsi infilare nelle gabbie di un genere prestabilito. Oggi è una vetrina per gli artisti senza galleristi, una passeggiata tra surreali rappresentazioni di giovani creativi refrattari ai linguaggi istituzionali, un agglomerato di avventori tra i quali non si distinguono più i pittori dai passanti, i fotografi dai fotografati, i video maker dai soggetti ripresi.

Forse è solo una grande installazione collettiva.

Info su www.paratissima.it

Qualche anno fa una delle città meno ambite d’Italia aveva un nome, Torino, e una precisa collocazione geografica, la quasi pianura nebbiosa dell’italico nord-ovest. Aveva anche un’identità nota, quella di metropoli industriale dedita a passatempi noiosi, tipici del dopo-lavoro, e ad abitudini bizzarre, tipo la bagna cauda.

Poi è successo qualcosa. I torinesi, che oltre ad aver fatto l’Italia sono anche stati bravissimi per decenni a farsi gli affari loro, evitando accuratamente di aprirsi al turismo, all’improvviso hanno iniziato a condividere una consapevolezza straordinaria, quella di vivere in una città architettonicamente impeccabile, piccola ma dinamica, culturalmente vivace.

Si sa, l’amore negli occhi di chi ci guarda è direttamente proporzionale all’amore con cui noi stessi ci guardiamo e per diventare belli bisogna innanzitutto convincersi di esserlo. E Torino, che inizia a guardare se stessa con gli occhi dell’innamorato, trasmette questa presa di coscienza. Conseguenza immediata è stata il fiorire, intorno alla città, di un interesse che ha sorpreso tutti, i detrattori più accaniti come i più convinti sostenitori.

All’improvviso Torino è diventata una località alla moda, fuori dal turismo di massa delle mete obbligate, ma destinazione privilegiata per artisti e creativi, per innovatori, per giovani alternativi, appassionati d’arte contemporanea, per curiosi intraprendenti e famiglie attente.

E gli uffici stampa si danno un gran da fare e i giornali non vedono l’ora di descrivere la metamorfosi della città bruttina e un po’ sfigata e dei suoi luoghi, che non sono più solo i notissimi Musei del Cinema e dell’Antico Egitto, ma una miriade di quartieri di tendenza, naturalmente predisposti alla creatività e ricchi di energie da condividere. Il Quadrilatero Romano è affollato di negozietti alla moda e artigiani scrupolosi, le piazze sono eleganti in modo sfacciato, il Parco del Valentino invita all’ozio lungo le terrazze sul Po.

O ancora, Il multietnico ed emergente San Salvario, ad esempio, descritto con occhi invaghiti dal regista Davide Ferrario in un delizioso articolo comparso su Vanity Fair sembra non aspettare altro che nuovi inquilini, amici di passaggio, avventori curiosi.

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Sedia Gerrit RietveldGerrit Rietveld non lo sappiamo quasi pronunciare, è nato nel XIX secolo ed è morto da decenni. Ma tutti, dico tutti, abbiamo guardato un giorno le sue sedie, o i mobili da lui concepiti, o gli edifici da lui immaginati e progettati e abbiamo pensato “come diamine è possibile”.

Poi di lui non sapevamo niente e ci si limitava a riflessioni perplesse e commenti smarriti. Già, come diamine è possibile. Ma senza Gerrit Rietveld molti spazi e molte forme del XXI secolo non sarebbero probabilmente le stesse. Per celebrare il genio di questo falegname visionario e architetto avveniristico, la Fondazione Maxxi di Roma propone la prima retrospettiva monografica in Italia, fino al 10 luglio.

Se siete di passaggio a Roma e il barocco vi ha stancato, gli affreschi rinascimentali vi annoiano e Villa Borghese l’avete già vista in gita negli anni Ottanta, vale la pena farci un salto.

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