Gli americani le commedie le sanno fare. E quello che da noi è un cinepanettone da loro diventa un film leggero, godibile e gradevole.
“Capodanno a New York” lo dimenticheremo in fretta ma ci resterà comunque la sensazione aver passato due ore piacevoli. Il film di Gary Marshall (sì, lo stesso di “Pretty Woman”, “Se scappi ti sposo” e tutta una serie di commedie rosa che avete senz’altro visto di nascosto) è una di quelle narrazioni dentro la narrazione, con storie che si intrecciano, personaggi secondari, episodi che si inseguono. Gli attori che sin sono prestati al gioco ad incastro sono tantissimi, tutti molto noti: Robert De Niro, Zac Efron, Lea Michel, Asthon Kutcher, Jessica Biel, Halle Berry, Hilary Swank, Michelle Pfeiffer, Sarah Jessica Parker, Sienna Miller e molti altri.
Eccovi qualche citazione scelta per voi, alcune della quali sufficientemente lacrimevoli da farvi capire lo spirito sotterraneo del film:
- ”Prima che stappiamo lo champagne, festeggiamo il nuovo anno, fermiamoci a rifilettere sull’anno che è appena passato per ricordarci sia i nostri trionfi che i nostri fallimenti e anche le promesse fatte e infrante… le volte che ci siamo aperti per vivere grandi avventure o ci siamo chiusi in noi stessi per paura di essere feriti. È questo il significato del capodanno, avere un’altra occasione, l’occasione di perdonare, di fare meglio, di fare di più, di dare di più, di amare di più e di smetterla di pensare alle conseguenze, cominciare finalmente ad accettare quello che verrà. Ricordiamoci di essere buoni l’uno con l’altro, gentili l’uno con l’altro e non solo questa notte ma tutto l’anno!”
- ”Un’altra cosa che mi fa veramente incazzare di queste feste è tutta questa finta bontà. Prendi oggi, mi sono arrivati almeno cinquanta sms con il classico: “Buon Anno Nuovo!” da persone che hanno premuto invio a tutta la rubrica, pensa che la maggior parte non la sento da almeno un anno…”
- ”Molta gente è convinta che nel mondo non esista più la bellezza, la magia. E allora come si spiega che il mondo intero si riunisce nella sola notte di Capodanno per riporre nuove speranze nell’anno che verrà? Saluta l’anno vecchio con un bacio…”
- ”A volte sembra che ci siano troppe cose al mondo che non possiamo controllare, terremoti, alluvioni, guerre, film in 3D, ma è importante ricordare le cose che possiamo controllare come il perdono, seconde occasioni, nuovi inizi perchè l’unica cosa che trasforma il mondo da posto solitario in posto bellissimo, è l’amore, l’amore in ogni sua forma, l’amore ci da speranza, soprattutto per il nuovo anno. Per me è questa la notte di capodanno, speranza e una bella festa”
- ”È una festa favolosa, si mangia da urlo, la musica è uno sballo, ci sono un’infinità di ragazze single e per di più in maschera perciò non devi preoccuparti delle maschere devi solo usare l’immaginazione e se qualcuno prova a buttarti fuori o magari ti chiede chi sei menti alla grande tanto che ti fanno? È geniale! È come facebook, ma reale!”
- “Che cosa fareste oggi se sapeste che non potrete fallire? Ora andate e fatelo. “
Un uomo sta cercando di dimenticare una donna; non è una situazione eccezionale, non fosse il fatto che egli non ama quella donna. Una donna cerca di dimenticare un uomo, anche essa un uomo che non ama. Non hanno avuto alcun rapporto amoroso, nemmeno erroneo, non si sono fatte dichiarazioni, ma forse hanno fatto delle ipotesi e dei progetti putativi. Le ipotesi tenevano sempre conto del fatto che l’uomo e la donna non si amavano, e tuttavia erano delle ipotesi che riguardavano la donna e l’uomo. Hanno parlato di molte cose indifferenti, e di talune cose importanti ma estremamente generiche. No, forse astratte sarebbe la parola più esatta. Così, entrambi si sono irretiti in un gioco inconsistente di astrazioni, affettivamente deserte, ma la cui potenza mentale è intensa. Dunque, cercano di dimenticare le astrazioni? Essi sanno che non è così. Il loro cruccio è di averne parlato fra loro, in una condizione di assoluto disamore, compiendo un gesto in qualche modo illecito, e che tuttavia ormai li riguarda. Si sono confessati, ridendo, di sentirsi complici casuali di un delitto che, in fondo, era estraneo a entrambi: ma in realtà quel delitto estraneo li interessava enormemente. Infatti, ora la loro vita è molestata dal transito di figure astratte, di ipotesi inafferrabili, che non riescono né a sciogliere, né a rendere compatte: ciascuno dei due ha passato all’altro le proprie astrazioni, e per una bizzarria non rara ma raramente tanto minuziosamente lavorata, le astrazioni hanno formato un sistema, si sono saldate in una trama che, ora, li lega, sebbene essi si sentano, ad ogni altro livello, del tutto estranei. Ma la loro stessa estraneità fa parte, è anzi uno dei centri, o forse semplicemente il centro, di quella macchina di astrazione, dalla quale entrambi sono travolti. Essi, che non sono passionali, hanno avuto la strana sorte di essere sospinti verso una esperienza passionale che non tocca né il corpo, né le parole, né il futuro, né il passato. Lentamente, opponendo astrazione ad astrazione, essi erodono l’immagine dell’altro; ma temono che, cancellata l’immagine, espulsa dalla propria vita la figura dell’altro, resterà quella trama della passione astratta, quella bizzarria del destino che, essendo senza volto, è impossibile dimenticare.
G. MANGANELLI, Centuria (Quarantadue)
Domenica pomeriggio di novembre, divano di amici. Ho rincontrato per caso uno dei film più bistrattati di Quentin Tarantino, “Grindhouse”. I motivi di tante critiche si possono facilmente intuire, ma non li condivido affatto: parodia dei b-movie anni Settanta è un film divertito e divertente, dove quel che sembra eccessivo perché sopra le righe funziona esattamente perché lo si trova lì, sopra le righe. Troviamo anche Quentin nella parte di Warren, il barista del primo episodio, e riconoscerlo dietro al bancone fa sentire praticamente a casa. Così come la colonna sonora, di quelle che dopo la visione continui a sculettare per ore.
E’ un film del 2007, quindi potreste averlo visto praticamente tutti, evito comunque lo spoiler, limitandomi a riassumere la semplicissima trama in poche parole: Kurt Russell è Stuntman Mike, uno psicopatico che si diverte un mondo a provocare incidenti automobilistici mortali che coinvolgono belle donne. Vi dico solo che la fine del film, a voler peccare di inutile iperesegesi, può quasi diventare un inno femminista.
Lascio qui alcune citazioni:
L’alcool è soltanto il lubrificante di tutti gli incontri che un bar può offrire. (lo dice Stuntman Mike, mentre spiega che i bar gli piacciono per tanti motivi, tranne l’alcool, essendo, lui, del tutto astemio)
Molte poche cose sono affascinanti quanto l’ego ferito di uno splendido angelo. (di nuovo Mike, a una spanna da Butterfly, di cui deride la vanità delusa)
Se uno mi vuole violentare, io non gli voglio irritare la pelle, io quello lo voglio ammazzare! (Kim, quando le si chiede di spiegare perché per difendersi, invece dello spray al peperoncino, in borsa tenga una pistola)
Disse tempo fa Tarantino durante un’intervista che “Se un film d’azione funziona veramente, lo spettatore dovrebbe volere vestirsi come il suo eroe”. Io alla fine di questo film volevo un paio di infradito di gomma con shorts, ho iniziato a dire un sacco di parolacce e a desiderare fortissimamente una macchina sportiva.
L’ultimo film di David Cronenberg, A dangerous Method, presentato al Festival di Venezia, rischia di peggiorare, e di molto, la tendenza che molti di noi hanno a cercare una radice inconscia in qualsiasi parola esca dalle labbra di chi ci sta accanto. Una tendenza che io, a dirla tutto, ho sempre trovato irritante.
Ma il film è godibile e Michael Fassbender nei panni di Jung convince. Lo stesso dicasi per Keira Knightley/Sabina Spielrein e le sue tendenze masochistiche e, naturalmente, per la barba freudiana di Viggo Mortensen, per il quale però nutro una passione tale che mi impedisce l’oggettività critica. Lo troverei irresistibile anche vestito da contadina tirolese.
Le provocazioni che ci lasciano in eredità i due scienziati della mente umana sono parecchie e il film, con moltissime libertà, si diverte a ricordarne qualcuna:
“A volte devi fare qualcosa di imperdonabile per continuare a vivere” (non trovate che questa rappresenti un gran bell’alibi per tutti quanti?)
“Devi essere ferito per guarire gli altri” (il che dovrebbe dare un minimo di senso a tutti gli squarci che ci portiamo nel petto suppongo)
Jung: “Di solito si pensa che debba essere l’uomo a prendere l’iniziativa”
Sabina: “Non credi che ci sia qualcosa di maschile in ogni donna e qualcosa di femminile in ogni uomo o che così dovrebbe essere?” (cosa che lei dice a un millimetro dalle virtuose labbra di lui)
Perché tanti affannosi sforzi per soffocare i nostri più elementari istinti naturali? (già, perché? Mi risulta che la risposta preferita sia un bla bla bla sulle convenzioni sociali)
Ci ho messo poi qualche attimo a riconoscere Vincent Cassel, che interpreta per una manciata di minuti il nevrotico in fuga Otto Gross, edonista fino all’estremo e teorico di una dottrina che lo spinge a dire, nell’accomiatarsi da uno Jung tormentato dal nascente adulterio: “Di qualsiasi cosa lei faccia, non passi mai davanti all’oasi senza fermarsi a bere.”
This must be the place è un film bellissimo con una colonna sonora particolarmente azzeccata, una fotografia che incanta e un manipolo di attori che fanno godere.
Mi viene insomma voglia di fare un sacco di spoiler, cosa dalla quale mi tratterrò.
Non posso trattenermi invece dal condividere con voi un elenco di frasi strepitose che Cheyenne – Sean Penn ci regala lungo tutto il film:
“Qui nessuno lavora più, tutti fanno qualcosa di artistico” (l’avete notato anche voi quanto è difficile incontrare qualcuno che alla domanda “cosa fai?” risponda idraulico, commercialista, muratore, panettiere, ingegnere civile?)
“Perché hai lasciato che l’architetto scrivesse CUISINE nella nostra cucina? Lo sappiamo che è la cucina” (perché lasciamo che un architetto ci scelga il colore delle tende prima che si accorga che abbiamo il tetto da rifare?)
Jane, la moglie: “Torna presto, lo sai che senza di te non riesco a vivere”. Cheyenne: “Non è vero, ma è bello che tu lo dica” (io lo penso in continuazione, uguale uguale)
“Chiedo scusa, però l’ho fatto apposta” (pure questo)
“Il problema è che passiamo troppo velocemente dall’età in cui diciamo Farò così a quella in cui diremo E’ andata così” (su questa ho percepito nettamente in sala una piccola scossa di drammatica consapevolezza condivisa)
“A pensarci bene ultimamente mi capitano molte cose rare” (e quando dice questo mi sono messa a fare un rapido catalogo delle cose che mi capitano e sono capitate e ho pensato che sì, è bello poter dire che ne sono capitate di rare)