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Negli anni 80, quando uscì Top Gun, Tom Cruise aveva 24 anni. Gli inseguimenti veri e simulati tra jet valevano tutto il film di Tony Scott (350 milioni di incasso) e la storia di Maverick fu il migliore spot per l’arruolamento di nuove reclute nelle aeronautiche di mezzo mondo.

Ora, alla soglia dei 50 anni, Cruise annuncia che tornerà per il sequel di Top Gun.

Ma ce n’era proprio bisogno?

locandina Miracolo a Le HavrePuò l’incontro tra un ragazzino immigrato dall’Africa in un container, in corsa verso la possibilità di ricongiungersi a sua madre, e un anziano lustrascarpe un po’ bohémien, contenere il seme di un evento miracoloso? Sembra proprio di sì, se a raccontarcelo è la poesia scarna, amara, ma dotata di sorprendente senso dell’umorismo e di un suo modo inusuale di sorridere al mondo nonostante tutto, di Aki Kaurismäki.

Quando Marcel, il lustrascarpe ex-scrittore di poco successo, s’imbatte in Idrissa, il giovane africano in fuga verso l’Inghilterra, non può fare a meno di adoperarsi per lui e si attiva alla ricerca di denaro con l’aiuto e la complicità dell’intero vicinato del suo quartiere (la panettiera, il fruttivendolo, la proprietaria del bar, gli amici): una cornice di persone umili, abitanti “dei margini”, capaci di stringersi attorno a loro senza esitazioni e con il calore rassicurante e vivo di un abbraccio. Anche Idrissa, a suo modo, sarà il “miracolo” di Marcel: nel momento in cui a sua moglie Arletty viene diagnosticato un tumore, si prenderà cura del lustrascarpe e, all’ospedale, la pregherà di rimettersi presto perché ha capito che il signor Marx non può vivere senza di lei. E non è un caso che tutto questo accada esattamente mentre Marcel, alla ricerca del nonno del ragazzo e pur di ottenere il permesso di vederlo, di fronte ad autorità quanto mai sospettose, si spaccia con candore e adorabile faccia tosta per “l’albino della famiglia”.

Miracolo a Le Havre è un film che ha il ritmo lento e i colori anacronistici di una favola, raccontata da protagonisti malinconici e un po’ malconci eppure forti nella loro dignità. Sullo sfondo c’è Le Havre, cittadina dalle case e dai locali angusti, sospesi nel tempo, percorsa da vicoli stretti ma con un porto sconfinato e straniante, un autentico “non luogo” di passaggio verso la libertà o forse l’illusione dell’esser liberati. Un mondo che sembra dividersi tra buoni e cattivi ma che riserva, però, la sorpresa finale (un prodigio anche questo) di un confine non così netto, nella figura del detective della storia, nero solo all’apparenza. Un mondo in cui i miracoli della solidarietà umana e della generosità sono ancora possibili a patto che, così sembra suggerire il regista, vengano costruiti, giorno dopo giorno, dal senso di civiltà e dalle mani delle persone comuni.

Miracolo a Le Havre, 2011, di Aki Kaurismäki.

(Di availableinblue)

film grindhouse posterDomenica pomeriggio di novembre, divano di amici. Ho rincontrato per caso uno dei film più bistrattati di Quentin Tarantino, “Grindhouse”. I motivi di tante critiche si possono facilmente intuire, ma non li condivido affatto: parodia dei b-movie anni Settanta è un film divertito e divertente, dove quel che sembra eccessivo perché sopra le righe funziona esattamente perché lo si trova lì, sopra le righe. Troviamo anche Quentin nella parte di Warren, il barista del primo episodio, e riconoscerlo dietro al bancone fa sentire praticamente a casa. Così come la colonna sonora, di quelle che dopo la visione continui a sculettare per ore.

E’ un film del 2007, quindi potreste averlo visto praticamente tutti, evito comunque lo spoiler, limitandomi a riassumere la semplicissima trama in poche parole: Kurt Russell è Stuntman Mike, uno psicopatico che si diverte un mondo a provocare incidenti automobilistici mortali che coinvolgono belle donne. Vi dico solo che la fine del film, a voler peccare di inutile iperesegesi, può quasi diventare un inno femminista.

Lascio qui alcune citazioni:

L’alcool è soltanto il lubrificante di tutti gli incontri che un bar può offrire. (lo dice Stuntman Mike, mentre spiega che i bar gli piacciono per tanti motivi, tranne l’alcool, essendo, lui, del tutto astemio)

Molte poche cose sono affascinanti quanto l’ego ferito di uno splendido angelo. (di nuovo Mike, a una spanna da Butterfly, di cui deride la vanità delusa)

Se uno mi vuole violentare, io non gli voglio irritare la pelle, io quello lo voglio ammazzare! (Kim, quando le si chiede di spiegare perché per difendersi, invece dello spray al peperoncino, in borsa tenga una pistola)

Disse tempo fa Tarantino durante un’intervista che “Se un film d’azione funziona veramente, lo spettatore dovrebbe volere vestirsi come il suo eroe”. Io alla fine di questo film volevo un paio di infradito di gomma con shorts, ho iniziato a dire un sacco di parolacce e a desiderare fortissimamente una macchina sportiva.

Michel Petrucciani - Body & Soul 2011Rimpiango amaramente di essermi perso uno degli ultimi concerti di Michel Petrucciani. Mi consolo tenendomi sul desktop la sua Estate, dal vivo in Giappone e spesso ne consumo un ascolto quasi autistico, ripercorrendo mille volte certi passaggi  martellati dalle sue enormi mani.

Petrucciani suonava senza timore di stravolgere i pezzi, con una fantasia creativa nel rimescolarli, digerirli e risputarli lucidi di nuova vita che a volte ritrovo nelle goliardiche improvvisazioni di Bollani. Tecnica spaventosa, la sua, quasi al limite delle umane possibilità, complice la compensazione che a volte la Natura regala ai fisicamente disgraziati.

Michael Radford - il regista de il Postino di Troisi, per intenderci – ha realizzato un documentario sulla vita di Petrucciani  (Michel Petrucciani – Body & Soul) che ho trovato toccante. In lingua originale (francese e inglese, lingua quest’ultima che Michel ha imparato perfettamente in sei mesi, altro prodigio per essere un francese) il film ha l’unico difetto di non identificare gli intervistati, lasciando lo spettatore in preda alle congetture sul ruolo. Fa eccezione il figlio Alex, identico nelle fattezze e purtroppo nella malattia. 

E’ comunque un ritratto umanissimo del pianista francese dove la sregolatezza cadenzata da moltissime donne,  sperimentazioni varie di “tutte le droghe non mortali” e quantità smodate di champagne sembra quasi una tappa giustificata dall’urgenza di vivere, come i 230 concerti l’anno, i continui spostamenti tra New York e Parigi, l’esigenza di suonare con i suoi miti, che se lo portavano in braccio sul palco, appoggiandolo di fronte allo Steinway appositamente modificato ad Amburgo.

Piace l’idea che Petrucciani riposi a Père Lachaise accanto a Chopin, per l’esser stati entrambi meravigliosi prodigi della tastiera e la comune sorte di non aver vissuto nemmeno quarant’anni.