Può l’incontro tra un ragazzino immigrato dall’Africa in un container, in corsa verso la possibilità di ricongiungersi a sua madre, e un anziano lustrascarpe un po’ bohémien, contenere il seme di un evento miracoloso? Sembra proprio di sì, se a raccontarcelo è la poesia scarna, amara, ma dotata di sorprendente senso dell’umorismo e di un suo modo inusuale di sorridere al mondo nonostante tutto, di Aki Kaurismäki.
Quando Marcel, il lustrascarpe ex-scrittore di poco successo, s’imbatte in Idrissa, il giovane africano in fuga verso l’Inghilterra, non può fare a meno di adoperarsi per lui e si attiva alla ricerca di denaro con l’aiuto e la complicità dell’intero vicinato del suo quartiere (la panettiera, il fruttivendolo, la proprietaria del bar, gli amici): una cornice di persone umili, abitanti “dei margini”, capaci di stringersi attorno a loro senza esitazioni e con il calore rassicurante e vivo di un abbraccio. Anche Idrissa, a suo modo, sarà il “miracolo” di Marcel: nel momento in cui a sua moglie Arletty viene diagnosticato un tumore, si prenderà cura del lustrascarpe e, all’ospedale, la pregherà di rimettersi presto perché ha capito che il signor Marx non può vivere senza di lei. E non è un caso che tutto questo accada esattamente mentre Marcel, alla ricerca del nonno del ragazzo e pur di ottenere il permesso di vederlo, di fronte ad autorità quanto mai sospettose, si spaccia con candore e adorabile faccia tosta per “l’albino della famiglia”.
Miracolo a Le Havre è un film che ha il ritmo lento e i colori anacronistici di una favola, raccontata da protagonisti malinconici e un po’ malconci eppure forti nella loro dignità. Sullo sfondo c’è Le Havre, cittadina dalle case e dai locali angusti, sospesi nel tempo, percorsa da vicoli stretti ma con un porto sconfinato e straniante, un autentico “non luogo” di passaggio verso la libertà o forse l’illusione dell’esser liberati. Un mondo che sembra dividersi tra buoni e cattivi ma che riserva, però, la sorpresa finale (un prodigio anche questo) di un confine non così netto, nella figura del detective della storia, nero solo all’apparenza. Un mondo in cui i miracoli della solidarietà umana e della generosità sono ancora possibili a patto che, così sembra suggerire il regista, vengano costruiti, giorno dopo giorno, dal senso di civiltà e dalle mani delle persone comuni.
Miracolo a Le Havre, 2011, di Aki Kaurismäki.
Domenica pomeriggio di novembre, divano di amici. Ho rincontrato per caso uno dei film più bistrattati di Quentin Tarantino, “Grindhouse”. I motivi di tante critiche si possono facilmente intuire, ma non li condivido affatto: parodia dei b-movie anni Settanta è un film divertito e divertente, dove quel che sembra eccessivo perché sopra le righe funziona esattamente perché lo si trova lì, sopra le righe. Troviamo anche Quentin nella parte di Warren, il barista del primo episodio, e riconoscerlo dietro al bancone fa sentire praticamente a casa. Così come la colonna sonora, di quelle che dopo la visione continui a sculettare per ore.
E’ un film del 2007, quindi potreste averlo visto praticamente tutti, evito comunque lo spoiler, limitandomi a riassumere la semplicissima trama in poche parole: Kurt Russell è Stuntman Mike, uno psicopatico che si diverte un mondo a provocare incidenti automobilistici mortali che coinvolgono belle donne. Vi dico solo che la fine del film, a voler peccare di inutile iperesegesi, può quasi diventare un inno femminista.
Lascio qui alcune citazioni:
L’alcool è soltanto il lubrificante di tutti gli incontri che un bar può offrire. (lo dice Stuntman Mike, mentre spiega che i bar gli piacciono per tanti motivi, tranne l’alcool, essendo, lui, del tutto astemio)
Molte poche cose sono affascinanti quanto l’ego ferito di uno splendido angelo. (di nuovo Mike, a una spanna da Butterfly, di cui deride la vanità delusa)
Se uno mi vuole violentare, io non gli voglio irritare la pelle, io quello lo voglio ammazzare! (Kim, quando le si chiede di spiegare perché per difendersi, invece dello spray al peperoncino, in borsa tenga una pistola)
Disse tempo fa Tarantino durante un’intervista che “Se un film d’azione funziona veramente, lo spettatore dovrebbe volere vestirsi come il suo eroe”. Io alla fine di questo film volevo un paio di infradito di gomma con shorts, ho iniziato a dire un sacco di parolacce e a desiderare fortissimamente una macchina sportiva.
Avrebbero dovuto girarlo insieme il film, spaziando tra le coreografie di Pina Bausch: Café Müller, Le Sacre du printemps, Vollmond e Kontakthof. La scomparsa della Bausch nel 2009 ha trasformato il film di Wim Wenders “Pina“ in un omaggio alla grande coreografa tedesca invece che in un’opera a quattro mani.
La compagnia del Tanztheater Wuppertal ha mixato assoli suggestivi, passi a due di grandissima seduzione e momenti corali, danzando in posti a volte trafficati, a volte isolati di Wuppertal e dintorni. Wenders fa propri i metodi della Bausch, inducendo i ballerini a rispondere con la danza alle domande che Pina poneva loro. Solo movimenti e riempimento dello spazio, con le parole fuori campo che commentano i visi in primo piano dei ballerini ancora increduli per la scomparsa della “loro” coreografa.
Un’opera di grande forza evocativa, quella di Wenders, che coinvolge visceralmente lo spettatore anche grazie alla versione in 3D, senza che la visione implichi profonde conoscenze della danza moderna.
Io l’ho visto in 2d (il mio stomaco non regge la terza dimensione) in un piccolo cinema parrocchiale. Nulla so di danza, ma molto sensibile mi par di essere; e questo basta. Mi sono semplicemente lasciato guidare dall’evocazione di quei movimenti, dalla comunicazione di quei corpi, dalla commozione di quei volti. E alla fine non volevo che finisse mai.
Magico. Andate a vederlo.
Una fredda sera d’inverno del 1994. Sono buttato a letto con la mia ragazza e tengo la tv stancamente accesa sul festival dei fiori, così, come sottofondo. Sento le prime note di E poi, mi alzo, abbandono ogni altra attività e la guardo. La ascolto ammutolito finché non sussurro semplicemente: e questa chi è…
Un colpo di fulmine. Ma non solo mio. Giorgia quell’anno arriva settima, poi si ripresenta a Sanremo nel 1995 e vince con Come saprei e l’anno successivo Strano il mio destino arriva terza. Successo strepitoso, premi della critica, vendite alle stelle, collaborazioni con l’Olimpo, band americana e riconoscimenti anche all’estero.
Il disco più bello arriva l’11 settembre 1997: Mangio troppa cioccolata, prodotto da Pino Daniele. E si sente: brani soul e qualche pezzo con sonorità decisamente funky; il cd più brutto forse MTV Unplugged del 2005, anche se vende un botto.
Giorgia è tornata. A giugno è uscito Dietro le apparenze e dopo il primo singolo Il mio giorno migliore, da settembre in radio suona il singolo più interessante: l’amore che conta. Suona americano (Hostage il titolo originale) e non a caso porta la firma di Mike Busbee, trentacinquenne compositore californiano che ha gia scritto per Anastacia, Timbaland e Katy Perry.
Siamo già al disco d’oro.
E’ Apologize l’MP3 più scaricato di tutti i tempi. 4 milioni di download solo negli USA.
Il brano, scritto nel 2007 da Ryan Tedder dei One Republic, è diventato un clamoroso successo dopo il remix di Timbaland.
Il pezzo ha dei numeri notevoli: trasmesso dalla radio americane oltre diecimila volte in una sola settimana, ha raggiunto la vetta in sedici paesi diversi ed è tra le 15 canzoni più di successo di tutti i tempi secondo la Billboard Hot 100. E’ rimasta in classifica quanto Smooth di Santana, intorno alle 25 settimane consecutive.
Composizione dalla struttura semplice, Apologize, decisamente R&B nella versione di Timbaland, ha un ritornello in falsetto che ti entra e non ti lascia (it’s too late to apologize).
E adesso lo canticchiate senza scampo per tutta la mattina. Scommettiamo?
Esce oggi nelle sale, finalmente libero dai lacci censori del divieto ai minori di 14 anni, Quando la notte, trasposizione cinematografica dell’intenso e omonimo romanzo della stessa Cristina Comencini, edito da Feltrinelli.
La regista di La bestia nel cuore, al suo decimo film, ambienta nella piccola comunità Walser di Macugnana in Piemonte la storia cruda e diretta dell’inadeguatezza umana, della inconfessabile difficoltà di essere madri al cospetto di una natura che incombe ma affascina, e soprattutto al cospetto di se stessi.
La guida alpina Walder (Filippo Timi), irruvidito da un matrimonio fallito, ospita nella sua baita Marina (Claudia Pandolfi), una madre in vacanza col proprio bambino. Una notte accade qualcosa nella stanza degli ospiti che costringe la guida a sfondare la porta e mettere in salvo il bambino. Da quel momento le anime di Walder e Marina si intrecciano in una danza di scomode scoperte e ineluttabile corteggiamento, necessità di ricerca e desiderio di fuga, all’ombra dell’incantevole Monte Rosa, qui più vicino a Cogne che mai.
Accolto da reazioni controverse al Festival di Venezia, trattamento sovente riservato alle opere che affrontano temi di immanente scomodità, Quando la notte merita una visione assorta, a nervi scoperti e priva di barriere autoprotettive per far sì che il Dubbio tensivo trasfuso dai protagonisti – entrambi maturi e convincenti – invada e scuota la parte recondita del nostro timoroso inespresso.
Sito del film www.quandolanotte.it – Facebook www.facebook.com/quandolanotte
e.e. cummings firmava sempre in minuscolo. Poeta senza scuole né accademie, ma anche romanziere, pittore, drammaturgo e coreografo ha sedotto generazioni di lettori con l’energia delle sue immagini e la forza delle sue parole. Molte le esperienze che ha deciso di raccontare in versi, riservando all’eros e all’attrazione tra le sue suggestioni più riuscite, non solo attraverso la scrittura poetica ma anche attraverso disegni e illustrazioni.
Nel gennaio 2011 è uscita per Ponte delle Grazie che cosa è per me la tua bocca, raccolta di 50 poesie erotiche, per lo più inedite in Italia, e di una scelta di disegni.
Qui se ne propone una:
may I feel said he
(I’ll squeal said she
just once said he)
it’s fun said she
(may I touch said he
how much said she
a lot said he)
why not said she
(let’s go said he
not too far said she
what’s too far said he
where you are said she)
may I stay said he
(which way said she
like this said he
if you kiss said she
may I move said he
is it love said she)
if you’re willing said he
(but you’re killing said she
but it’s life said he
but your wife said she
now said he)
ow said she
(tiptop said he
don’t stop said he
oh no said he)
go slow said she
(cccome? said he
ummm said she)
you’re divine! said he
(you are Mine said she)
Niente traduzione letterale, preferiamo una parafrasi un po’ più libera, una quartina alla volta:
Lui e lei sono a letto e lui le chiede “mi fai sentire?”. Non è chiaro cosa lui voglia sentire, ma lei lo avverte “guarda che mi metto a urlare”. Al che lui diventa un po’ più accomodante e dice “dai, solo una volta”. Lei deve aver acconsentito perché, dopo una prima esitazione, si trova ad ammettere che non è poi così male quel che lui le sta facendo “ehi, it’s fun”.
Lui continua e chiede se può toccare. C’è da dire che lei non oppone molta resistenza, anzi, “fallo” gli dice. E lui non si fa pregare.
Qui c’è una di quelle frasette che due quando sono uno dentro l’altro capita che si dicano, tipo “andiamo” “ma non lontano”, eh, dipende “da che significa lontano” (o qualcosa del genere, gli anglofoni mi spiegheranno).
A questo punto lui si fa propositivo “che ne dici se resto?”, “in che senso?” chiede lei, “eh” fa lui “in questo senso”. Qui c’è qualcosa che la poesia non ci dice. A lei piace “In questo senso”, a patto che lui non si dimentichi di baciarla nel frattempo.
“Potrei muovermi” prosegue lui. Lei è d’accordo secondo me, perché risponde “questo è amore”. Lui conferma “sì, se lo vuoi” e lei direi che si diverte, perché risponde “you’re killing” che la traduzione letterale indica con un banale “così mi uccidi”, ma a me piace pensare che significhi “mi fai morire”.
Nella quartina che segue vien fuori che lui è sposato. Eh, capita: “E’ la vita” dice lui, “ma tua moglie…” risponde lei. Comunque non si fermano a pensarci troppo a lungo, perché dopo un secondo riprendono a fare quel che stavano facendo e poi è tutto un mugolio.
“Che figata!” commenta lui. “Don’t stop” implora lei, non ti fermare. Lui non ci pensa proprio, anche se a un certo punto lei gli chiede di far piano.
Non è dato sapere se lui in effetti faccia piano o meno ma alla fine le chiede “vieni?”. Suppongo di sì, perché lei risponde mmmmmm. La fine secondo me è bellissima: “sei divina” dice lui. “Tu sei Mio” risponde lei. Che in inglese suona meglio perché c’è la rima divine – Mine.
[Che i traduttori infieriscano].
A Cannes la giuria ha deciso che il film più bello del festival 2011 è stato The Tree of Life, di Terrence Malick, regista di quasi 70 anni che in tutta la vita ha girato 5 film, incluso questo, e non si è mai presentato a ritirare un premio, nemmeno questo.
Per chi è andato a vedere un film drammatico con Brad Pitt e Sean Penn, come promettono le brevi righe che si trovano alla pagina Cinema dei quotidiani, lo choc deve essere stato notevole. In questo film non c’è racconto, non ci sono cronache né articolazioni narrative. Non esiste la consequenzialità nel suo significato più immediato e i personaggi non agiscono in una quotidianità riconoscibile.
Ma ci sono poesia, suggestione e incanto. Ci sono temi che tutti conosciamo ma di cui nessuno ha l’ambizione di parlare. O pochissimi. Malick quest’ambizione ce l’ha avuta e ci ha messo di fronte alla vita, la morte, l’amore, l’origine, il mistero, il dolore. Tutto insieme, con una fotografia che leva il fiato e con una trama pretestuosa riassumibile in poche parole. Si ha l’impressione che questo film di due ore e venti sarebbe potuto durare mezz’ora come mezza giornata e il risultato sarebbe stato più o meno lo stesso. La colonna sonora, amniotica, è coerente con la scelta di accompagnare il pubblico in una passeggiata attraverso il mistero, l’inspiegabile e la relazione dell’uomo con se stesso e con il mondo che lo ospita.
Andate a vederlo una sera in cui non avete bisogno di racconti ma di miti, in cui non vi interessa la narrazione ma il colore. In cui sapete a priori che si riaccenderanno le luci e avrete gli occhi confusi da molte più domande che risposte.
Oltreoceano i matrimoni vanno meglio che da noi evidentemente. Almeno, i primi anniversari fan proprio tenerezza.
Prendiamo Alanis Morissette. Mi sposa il rapper Mario Souleye Treadway giusto giusto un anno fa e come mi festeggia l’anniversario? No, non con la meringata alla frutta. Pubblica giusto in tempo “Into a King” dedicato al Mario e con un testo tanto denso di smancerie da rischiare carie fulminanti. Chi ha fatto aramaico alle medie e inglese jamaicano alle superiori intuisce affermazioni testuali tipo sembrava solo sesso, un’infatuazione animale e invece è scoppiata la scintilla. Eri l’amalgama dolce di tutto ciò che ho amato, il pendio scivoloso più caldo, ti sei trasformato da principe a re e buon anniversario ecici e coco.
Insomma un pezzo che non brilla per originalità quanto a struttura melodica, ma che attesta come l’amore trasformi anche i più rotti e attempati in brufolosi quindicenni.
Eccola.
SQ