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Ci ha salutato. Dice che si ritira. E ci lascia con un’ultima interpretazione di questa canzone:

Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno che hai voglia ad aspettare
un tempo sognato che viene di notte
e un altro di giorno teso
come un lino a sventolare.

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Tolti quei testi filosofici e ontologici, dichiarati collage di voci dell’enciclopedia filosofica, ci sono canzoni di Battiato che la gente ricorda e ama per la loro capacità di attraversare decenni di musica e conservare intatto il loro messaggio. Sono testi sempre attuali, moderni, citatissimi. È il caso di “Up patriots to arms”, presente nell’album “Patriots”, datato 1980. Oltre trent’anni quindi, che questo testo porta benissimo: ci dice che vale la pena prendere posizione, che occorre stare attenti di fronte a logiche di potere false ed ingannevoli.

La cover dei Subsonica, che arriva dopo anni di stima reciproca tra la band e Battiato, è un bellissimo esempio di restyling per parole che val la pena rileggere.

La fantasia dei popoli che è giunta fino a noi
non viene dalle stelle…
alla riscossa stupidi che i fiumi sono in piena
potete stare a galla.
E non è colpa mia se esistono carnefici
se esiste l’imbecillità
se le panchine sono piene di gente che sta male.

Up patriots to arms, Engagez-Vous
la musica contemporanea, mi butta giù.

L’ayatollah Khomeini per molti è santità
abbocchi sempre all’amo
le barricate in piazza le fai per conto della borghesia
che crea falsi miti di progresso
Chi vi credete che noi siam, per i capelli che portiam,
noi siamo delle lucciole che stanno nelle tenebre.

Up patriots to arms, Engagez-Vous
la musica contemporanea, mi butta giù.

L’Impero della musica è giunto fino a noi
carico di menzogne
mandiamoli in pensione i direttori artistici
gli addetti alla cultura…
e non è colpa mia se esistono spettacoli
eon fumi e raggi laser
se le pedane sono piene
di scemi che si muovono.

Up patriots to arms, Engagez-Vous
la musica contemporanea, mi butta giù.

Ne sentivamo il bisogno eh? Sì. Il nuovo singolo di Antonello Venditti, in tempo per Natale, ci invade le orecchie e il cuore. Prima di prendere una mannaia e farla piombare con forza sulle casse dell’autoradio, permettetemi di farvi leggere il testo. Vi prego, fatelo per me.

Noi due non ci parliamo noi due non ci vediamo
noi due due foglie cadute dallo stesso ramo
noi due che dell’errore abbiamo fatto l’amore
noi due due arterie diverse dello stesso cuore

Tu ora dove sei
se vivi un’altra storia con chi stai
chi ti prenderà
chi ti stringerà
chi ti griderà sei unica
mio danno ed amore

E passa il tempo lento
mi giro e mi tormento
e se ti chiamo lo so
che trovo sempre spento
perché non ci parliamo
perché non perdoniamo
noi due due foglie cadute dallo stesso ramo

Tu dimmi dove sei
se vivi un’altra storia con chi stai
lui ti prenderà
lui ti stringerà
lui ti griderà sei unica

oh

Tu dimmi dove sei
vivi un’altra storia con chi stai
chi ti prenderà
chi ti stringerà
chi ti griderà sei unica

Tu dimmi dove sei
se vivi un’altra storia con chi stai
lui ti prenderà
lui ti stringerà
lui ti griderà sei unica

mio danno ed amore
mio danno ed amore
mio danno ed amore

Quante parole usa il nostro Antonello per dirci che la sua storia d’amore è infranta e che or si tortura la mente con l’immagine di lei tra le braccia di un altro? Esattamente sedici: due, parlare e vedere; foglie, cadere, ramo; errore, amore, arterie e cuore; storia, prendere, stringere, gridare, danno e, naturalmente, unica.

A me sono queste cose che mi fanno arrabbiare: si prendono sedici parole facili facili, che rimano tra loro in modo prevedibile e nelle quali l’immagine più ardita è quella delle due arterie dello stesso cuore. Qualche strimpellatore natalizio ci mette sotto una base (orecchiabile?) e si spara il tutto in radio fino allo sfinimento dell’ascoltatore. E cosa si ottiene? Che il nuovo singolo di Antonello Venditti se ne stia beato tra quelli più venduti della settimana. È in classifica capite? C’è gente che lo vuole, che lo aspettava.

Detto tra noi, tra l’altro, l’immagine anaforica del “chi ti prenderà chi ti stringerà chi ti griderà sei unica” mica è sua. Nemmeno di Baglioni (Chi ti telefona, Chi ti apre lo sportello, Chi si stende al tuo fianco, Chi grida il nome tuo ecc. ecc.) né dei Subsonica (Chi sa chi pungerai, Chi ti farà piangere, Chi ti addormenterà, Chi userà lo sguardo tuo, Chi lo farà al posto mio Io dove sarò…) né di nessun altro di questi canterini dello struggimento amoroso.

È di Catullo, carme 8:
“Chi ora si avvicinerà a te? A chi sembrerai bella? Chi ora amerai? Di chi si dirà che tu sia l’amata? Chi bacerai? A chi morderai le labbra?”.

Staziona sia in radio che in classifica il nuovo singolo di Jovanotti, Ora.
Ora, l’hanno già detto in tanti che Lorenzo Cherubini sta cercando di insegnarci qualcosa, io cercherò di mostrarvi come questo suo obiettivo passi attraverso il testo della sua canzone, di cui vi propongo qualche strofa.

Tanto per cominciare affida il luogo comune alla forza della ripetizione delle due paroline Dicono che. È un procedimento noto, ne avrete mille esempi ciascuno immagino. Il buon Lorenzo ci fa quindi l’elenco di questi luoghi comuni, al chiaro scopo di contraddirli.

Dicono che è vero che quando si muore
poi non ci si vede più
dicono che è vero che ogni grande amore
naufraga la sera davanti alla tv
dicono che è vero che ad ogni speranza
corrisponde stessa quantità di delusione
dicono che è vero sì ma anche fosse vero
non sarebbe giustificazione
per non farlo più, per non farlo più
ora

Cos’è che ci dice? Cari amici, per quanto le delusioni e i disinganni, le frustrazioni e gli insuccessi siano scritti, inconfutabili e in serbo per tutti, vi sembra forse un buon motivo per non provarci ancora e lo stesso? Ce lo ripete per tutta la canzone, consegnando il buon messaggio alla rima baciata e a un florilegio di assonanze.

dicono che è vero che quando si nasce
sta già tutto scritto dentro ad uno schema
dicono che è vero che c’è solo un
modo per risolvere un problema
dicono che è vero che ad ogni entusiasmo
corrisponde stessa quantità di frustrazione
dicono che è vero sì ma anche fosse
vero non sarebbe giustificazione
per non farlo più, per non farlo più
ora

non c’è montagna più alta di quella che non scalerò
non c’è scommessa più persa di quella che non giocherò
ora

È un po’ furbetto, insieme alla rima facile,  l’avverbio, questo Ora che dal titolo in giù compare alla fine di ogni ritornello a ricordarci che non c’è tempo da perdere e che le delusioni, pur in agguato, vanno contrastate a partire da adesso, possibilmente subito.

Insomma, niente da dire. Il messaggio è buono ed encomiabile. Ma a voi Jovanotti padre spirituale dei tempi moderni convince? Io lo preferivo quando cantava Chissà se stai dormendo e Serenata Rap, ma son gusti.

Emma Marrone, già vincitrice dell’edizione 2010 di Amici, è da qualche tempo in radio con un nuovo singolo, Tra passione e  lacrime. Dato che qui non si accettano snobismi di alcun genere, e dedichiamo ampio spazio ai personaggi più diversi, da Vasco Rossi ad Avril Lavigne passando per Gerrit Rietveld, affronterei adesso insieme a voi una sommaria analisi lessicale del testo della canzone della giovane intonata salentina.

Queste le parole:

La stessa stanza caldissima,
senti la pioggia che rumore fa,
ancora nel mio letto
tu cosa fai cosi innocentemente
ma innocente non sei come me,
come tutte le scelte,
come tutte le volte.
Bellissimo, perderti per poi riaverti un attimo
e l’incoscienza che ci tiene ancora qui
tra passione e lacrime,
Bellissimo scappiamo in fondo
solo per rincorrerci,
innamorati e solo per arrenderci,
solo per difenderci.
Lo stesso sogno dolcissimo,
da sempre sull’orlo sempre in bilico,
tu offri parole come fossero fiori
e un vento di scirocco ti trascini fuori
come fai, come un ladro di notte
apri tutte le porte.
Ho copiato questo testo, non sono onesto.
Bellissimo, perderti per poi riaverti un attimo
e l’incoscienza che ci tiene ancora qui
tra passione e lacrime,
Bellissimo scappiamo in fondo solo per rincorrerci,
innamorati e solo per arrenderci,
solo per difenderci.
Buttiamo via queste armature
e trasformiamole in dolcissime paure,
vediamo un po’ come si sta a viverci davvero per davvero.
Bellissimo, Bellissimo scappiamo in fondo
solo per rincorrerci, innamorati o solo per arrenderci,
solo per difenderci. Bellissimo.

Io non so che dimestichezza abbiate con il lessico della musica melodica italiana, ma credo possiate facilmente rendervi conto che qui trovate tutto. La cosa incredibile è che, a guardar bene, Emma non usa più di 16 parole per raccontarci la più classica delle storie. Tipo il lessico degli adolescenti che, comprese quattro parolacce, esauriscono la loro conversazioni senza superare i venti lemmi quotidiani.

Emma non usa turpiloquio, nonostante adolescente lo sia stata da pochissimo, ma parole che rappresentano molto bene quelle aree di significato che conosciamo tutti quanti. Avete presente?

Per lo strazio amoroso abbiamo: passione, lacrime, innamorarsi, viversi.
Il senso del possesso passa attraverso: perdersi, aversi.

La pseudo ambientazione poetica è affidata a: vento, pioggia, letto, notte.
L’immancabile iniziativa bellica la ritroviamo con i vari: paura, scappare, rincorrersi, arrendersi, difendersi, armatura.

Ecco, 16 parole.
Ho finito.

L’avete trovato in radio anche voi eh? Parlo dell’ultimo singolo di Tiziano Ferro, in attesa dell’album.
Lo dico qui senza vergogna: io di Tiziano conosco a memoria strofe intere ed è quindi per diritto acquisito che mi appresto ora a rileggermi insieme a voi il testo di “La differenza tra me e te”. Tanto per vedere di cosa parla. Per cominciare vi ricordo che da qualche tempo, in quanto donne, ci è interdetta l’identificazione immediata con i personaggi che si trovano nelle canzoni del nostro. Si parla d’amore, presumibilmente, e tanto ci basti.  Alla luce di questa preliminare considerazione andiamo a vedere che succede in questo brano.

La differenza tra me e te
Non l’ho capita fino in fondo veramente bene
Me e te
Uno dei due sa farsi male, l’altro meno
Però me e te
E’ quasi una negazione.
Ok, non si capisce niente. A parte il fatto che uno dei due è più predisposto dell’altro a farsi tritare il cuore. Non mi è tanto chiaro che significa “negazione” né a quale oscura contraddizione caratteriale si riferisca. Ma tant’è, andiamo avanti.

Io mi perdo nei dettagli e nei disordini, tu no
E temo il tuo passato e il mio passato
Ma tu no.
Me e te, è così chiaro
Sembra difficile.
Allora, qui viene fuori chiaramente che uno dei due è quello delle visioni d’insieme, quello che non si fa condizionare, quello che non conosce rimpianti. Una specie di notaio del sentimento: prende atto e non si scompone. “Me e te, è così chiaro, sembra difficile”: quali insanabili difficoltà impediscono il lieto fine di questo amore? Cerchiamole.

La mia vita
Mi fa perdere il sonno, sempre
Mi fa capire che è evidente
La differenza tra me e te
Poi mi chiedi come sto
E il tuo sorriso spegne i tormenti e le domande
A stare bene, a stare male, a torturarmi, a chiedermi perché.
Lui non dorme, lascia che inutili interrogativi gli strazino il sonno. Ma ecco che qui compare la figura-salvatrice. Quella che sorride e ogni sorriso è un balsamo sulle piaghe del cuore. Come nella migliore tradizione stilnovistica. Il fatto che la figura-salvatrice qui non sia necessariamente una donna angelicata dalle fattezze petrarchesche è irrilevante. Potrebbe benissimo trattarsi di un nerboruto muratore abruzzese, ma gli è comunque affidato il ruolo salvifico di tradizione medievale.

La differenza tra me e te
Tu come stai? Bene. Io come sto? Boh!
Me e te
Uno sorride di com’è, l’atro piange cosa non è
E penso sia un errore.
Questi due hanno proprio un diverso approccio agli umani drammi, è evidente. Uno trova il modo di dire che “sta bene”, mentre l’altro non sa nemmeno se la domanda “come stai?” sia degna di una risposta compiuta. E qui, ve lo faccio notare, i due protagonisti del brano sono entrambi declinati al maschile. Che l’ambiguità sia voluta è indubbio, ma irrilevante ai fini della nostra amorosa analisi. Andiamo avanti.

Io ho due tre certezze, una pinta e qualche amico
Tu hai molte domande, alcune pessime, lo dico
Me e te, elementare
Da volere andare via.
Ecco che qui le “pessime domande” che all’inizio si faceva uno ora sono appioppate all’altro. È evidente però che le domande non sono le stesse: quelle di uno attengono alla sfera dei rimpianti e della malinconia, quelle dell’altro sono tagliate con l’accetta e attengono alla sfera della ragione. Il protagonistra non le sopporta, è chiaro. Eppure “me e te elementare, da volere andare via”: per la prima volta dall’inizio della canzone troviamo una mezza dichiarazione.

[…]

E se la mia vita ogni tanto azzerasse
L’inutilità di queste insicurezze
Non te lo direi.
Ma se un bel giorno affacciandomi alla vita
Tutta la tristezza fosse già finita
Io verrei da te.
Io verrei da te. Ecco, è tutto qui. Ma solo alla fine di ogni tristezza. Tiziano, coraggio, c’è una gioia dietro l’angolo!

[…]

La differenza tra me e te
Tu come stai? Bene. Io come sto? Boh!
Me e te
Uno sorride di com’è, l’altro piange cosa non è
E penso sia bellissimo
E penso sia bellissimo.
Bellissimo. Già. Ma cosa? I due si guardano, si chiedono ancora “come stai” e aspettano l’uno dall’altro il segnale di un sorriso.
Tiziano, scrivici il seguito che non abbiamo capito.

zero assoluto pedermi album coverCi sono poche certezze nella vita. Una di queste è il tormentone estivo degli Zero Assoluto. Io, nonostante abbia passato l’età, nutro un’insana passione per Matteo Maffucci, i cui brevi articoletti su Vanity Fair trovo simpatici e spiritosi. Sulla qualità musicale dei pezzi che ci elargisce periodicamente insieme a Thomas De Gasperi invece preferisco non pronunciarmi. Insomma, non c’è granché da dire. Musicalmente sono insignificanti e tematicamente ci troviamo di fronte a canzonette orecchiabili e sospirose che parlano per la maggior parte di cuori infranti, storie che finiscono, amori che non tornano.

Quest’estate ci hanno rifilato “Perdermi”, di cui vi faccio leggere il testo, nel caso ve lo foste perso perché distratti.

Sto aspettando
Da mezz’ora in mezzo a gente sconosciuta
All’entrata del locale e fa un po’ freddo
E’ solo quando sei lontana che mi manchi
E ti ritrovo nei ricordi di un’estate insieme
E non è vero
Che era meglio
Tanto tutto è già passato
Tanto tutto è già un ricordo e siamo qua
In mezzo al fumo artificiale
Luci bianche
Il tuo sguardo
Che si accende
Dentro (ad) un sorriso
E io ti vedo
E tu mi vedi
Basta un attimo e chissà
Se non ci fossimo incontrati mai
E ci vedessimo oggi per la prima volta
Quali scuse troverei
Ancora
Perdermi,Perdermi e perdermi …poi ritrovarmi
Perderti per ritrovarti qui
Ancora
Se c’è una cosa che ti piace corri a prenderla
E’ inutile aspettare
[…]
Chiudi gli occhi
E dimmi solo se stanotte
Vuoi scappare via con me
[…]

Di cosa parla questa canzone? Facile: di due che si sono detti addio e che il destino fa incontrare in un localaccio dove ti sparano in faccia il fumo finto e i fari ti accecano. I due si riconoscono in mezzo alla folla, si sorridono mezzi abbagliati e lui guardandola comincia a chiedersi come sarebbe ricominciare tutto da capo. Come sarebbe ripercorrere insieme tutta quella strada? C’è da dire che il Se non ci fossimo incontrati mai E ci vedessimo oggi per la prima volta Quali scuse troverei lo trovo carino. Banale ma carino: quali scuse troverei per avvicinarti, parlarti, trovare il modo di toccarti. Mi piace un po’ meno invece l’insistente ritornello del Perdersi per ritrovarsi ancora. Che significa? Perdersi e rincontrarsi diversi, cresciuti, più adatti a una relazione che se è finita un motivo ci sarà? Perdersi ha un senso, si suppone. E ritrovarsi? Dove sta la consequenzialità tra i due momenti? L’ideale sarebbe ritrovarsi senza essersi mai perduti. Chiudi gli occhi e dimmi solo se stanotte vuoi scappare via con me.

Mah. Sto facendo l’esegesi di una canzone degli Zero Assoluto. Degli Zero Assoluto, capite? Altro che Splendidi Quarantenni, qui stiamo a bagnomaria nella pubertà.

L’analisi del testo è un vezzo che mi appartiene e oggi la applico al nuovo tormentone radiofonico del momento, il “Manifesto futurista della nuova umanità”, con cui il vecchio Vasco tenta di impartirci qualche lezione di vita. In fondo può permetterselo: ha 59 anni e di certo ha visto più cose di me. Il fatto che l’ultimo album che io ritenga degno di ascolto sia “Gli spari sopra”, del 1993, influenzerà marginalmente le considerazioni che seguono.

Tanto per cominciare il “Manifesto futurista della nuova umanità” dimostra, da parte del nostro autore, una totale ignoranza di quel che il futurismo è stato e ha promosso all’inizio del Novecento. E non lo dico con pedanteria: lo dico perché ci terrei che i giovani ascoltatori del Blasco non lo considerassero l’inventore di una corrente poetica innovativa e avveniristica, bensì un vate furbastro dalla scarsa creatività. Considero quindi il titolo una furfanteria, anche vagamente contraffatta.

Detto questo vorrei che leggeste il testo e vedeste il video:

La cosa più semplice
Ancora più facile
Sarebbe quella di non essere mai nato
Invece la vita
Arriva impetuosa
Ed è un miracolo che ogni giorno si rinnova
Ti prego perdonami ti prego perdonami
Ti prego perdonami se non ho più la fede in te
Ti faccio presente che
È stato difficile
Abituarsi ad una vita sola e senza di te

Mi sveglio spesso sai
Pieno di pensieri
Non sono più sereno
Più sereno Com’ero ieri
La vita semplice
Che mi garantivi
Adesso è mia però
È lastricata… di problemi

Ho l’impressione che
La cosa più semplice
Sarebbe quella di non essere mai nato
In fondo la vita
È solo una scusa
È lei da sola che ogni giorno si rinnova
Ti prego perdonami ti prego perdonami
Ti prego perdonami se non ho più la fede in te
Ti faccio presente che
Ho quasi finito
Ho quasi finito anche la pazienza che ho con me

Sarà difficile
Non fare degli errori
Senza l’aiuto di
Di potenze Superiori
Ho fatto un patto sai
Con le mie emozioni
Le lascio vivere
E loro non mi fanno fuori

Parliamone. Che la morte di dio sia un tema usato e abusato da filosofi, poeti e cialtroni durante tutto il XX secolo non devo dirvelo io perché lo sapete da soli. Quello che mi lascia perplessa è sempre il solito punto: il riciclaggio ruffiano di immagini che appartengono a una certa tradizione. Immagini che vengono centrifugate, frullate, accompagnate da un giro di accordi rock (sempre lo stesso, di cui qualcuno per altro sussurra che somigli in modo sospetto a “Holiday” dei Green Day) e presentate come “originali provocazioni ironiche”.

Non sentenzio per pregiudizio: lo dico da ascoltatrice appassionata e attenta. Nonché parte, in passato, del pubblico da stadio del nostro.

Vasco, davvero questo è il tuo ultimo tour? È una promessa?