Ci ha salutato. Dice che si ritira. E ci lascia con un’ultima interpretazione di questa canzone:
Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno che hai voglia ad aspettare
un tempo sognato che viene di notte
e un altro di giorno teso
come un lino a sventolare.
Tolti quei testi filosofici e ontologici, dichiarati collage di voci dell’enciclopedia filosofica, ci sono canzoni di Battiato che la gente ricorda e ama per la loro capacità di attraversare decenni di musica e conservare intatto il loro messaggio. Sono testi sempre attuali, moderni, citatissimi. È il caso di “Up patriots to arms”, presente nell’album “Patriots”, datato 1980. Oltre trent’anni quindi, che questo testo porta benissimo: ci dice che vale la pena prendere posizione, che occorre stare attenti di fronte a logiche di potere false ed ingannevoli.
La cover dei Subsonica, che arriva dopo anni di stima reciproca tra la band e Battiato, è un bellissimo esempio di restyling per parole che val la pena rileggere.
La fantasia dei popoli che è giunta fino a noi
non viene dalle stelle…
alla riscossa stupidi che i fiumi sono in piena
potete stare a galla.
E non è colpa mia se esistono carnefici
se esiste l’imbecillità
se le panchine sono piene di gente che sta male.
Up patriots to arms, Engagez-Vous
la musica contemporanea, mi butta giù.
L’ayatollah Khomeini per molti è santità
abbocchi sempre all’amo
le barricate in piazza le fai per conto della borghesia
che crea falsi miti di progresso
Chi vi credete che noi siam, per i capelli che portiam,
noi siamo delle lucciole che stanno nelle tenebre.
Up patriots to arms, Engagez-Vous
la musica contemporanea, mi butta giù.
L’Impero della musica è giunto fino a noi
carico di menzogne
mandiamoli in pensione i direttori artistici
gli addetti alla cultura…
e non è colpa mia se esistono spettacoli
eon fumi e raggi laser
se le pedane sono piene
di scemi che si muovono.
Up patriots to arms, Engagez-Vous
la musica contemporanea, mi butta giù.
Emma Marrone, già vincitrice dell’edizione 2010 di Amici, è da qualche tempo in radio con un nuovo singolo, Tra passione e lacrime. Dato che qui non si accettano snobismi di alcun genere, e dedichiamo ampio spazio ai personaggi più diversi, da Vasco Rossi ad Avril Lavigne passando per Gerrit Rietveld, affronterei adesso insieme a voi una sommaria analisi lessicale del testo della canzone della giovane intonata salentina.
Queste le parole:
La stessa stanza caldissima,
senti la pioggia che rumore fa,
ancora nel mio letto
tu cosa fai cosi innocentemente
ma innocente non sei come me,
come tutte le scelte,
come tutte le volte.
Bellissimo, perderti per poi riaverti un attimo
e l’incoscienza che ci tiene ancora qui
tra passione e lacrime,
Bellissimo scappiamo in fondo
solo per rincorrerci,
innamorati e solo per arrenderci,
solo per difenderci.
Lo stesso sogno dolcissimo,
da sempre sull’orlo sempre in bilico,
tu offri parole come fossero fiori
e un vento di scirocco ti trascini fuori
come fai, come un ladro di notte
apri tutte le porte.
Ho copiato questo testo, non sono onesto.
Bellissimo, perderti per poi riaverti un attimo
e l’incoscienza che ci tiene ancora qui
tra passione e lacrime,
Bellissimo scappiamo in fondo solo per rincorrerci,
innamorati e solo per arrenderci,
solo per difenderci.
Buttiamo via queste armature
e trasformiamole in dolcissime paure,
vediamo un po’ come si sta a viverci davvero per davvero.
Bellissimo, Bellissimo scappiamo in fondo
solo per rincorrerci, innamorati o solo per arrenderci,
solo per difenderci. Bellissimo.
Io non so che dimestichezza abbiate con il lessico della musica melodica italiana, ma credo possiate facilmente rendervi conto che qui trovate tutto. La cosa incredibile è che, a guardar bene, Emma non usa più di 16 parole per raccontarci la più classica delle storie. Tipo il lessico degli adolescenti che, comprese quattro parolacce, esauriscono la loro conversazioni senza superare i venti lemmi quotidiani.
Emma non usa turpiloquio, nonostante adolescente lo sia stata da pochissimo, ma parole che rappresentano molto bene quelle aree di significato che conosciamo tutti quanti. Avete presente?
Per lo strazio amoroso abbiamo: passione, lacrime, innamorarsi, viversi.
Il senso del possesso passa attraverso: perdersi, aversi.
La pseudo ambientazione poetica è affidata a: vento, pioggia, letto, notte.
L’immancabile iniziativa bellica la ritroviamo con i vari: paura, scappare, rincorrersi, arrendersi, difendersi, armatura.
Ecco, 16 parole.
Ho finito.
L’avete trovato in radio anche voi eh? Parlo dell’ultimo singolo di Tiziano Ferro, in attesa dell’album.
Lo dico qui senza vergogna: io di Tiziano conosco a memoria strofe intere ed è quindi per diritto acquisito che mi appresto ora a rileggermi insieme a voi il testo di “La differenza tra me e te”. Tanto per vedere di cosa parla. Per cominciare vi ricordo che da qualche tempo, in quanto donne, ci è interdetta l’identificazione immediata con i personaggi che si trovano nelle canzoni del nostro. Si parla d’amore, presumibilmente, e tanto ci basti. Alla luce di questa preliminare considerazione andiamo a vedere che succede in questo brano.
La differenza tra me e te
Non l’ho capita fino in fondo veramente bene
Me e te
Uno dei due sa farsi male, l’altro meno
Però me e te
E’ quasi una negazione.
Ok, non si capisce niente. A parte il fatto che uno dei due è più predisposto dell’altro a farsi tritare il cuore. Non mi è tanto chiaro che significa “negazione” né a quale oscura contraddizione caratteriale si riferisca. Ma tant’è, andiamo avanti.
Io mi perdo nei dettagli e nei disordini, tu no
E temo il tuo passato e il mio passato
Ma tu no.
Me e te, è così chiaro
Sembra difficile.
Allora, qui viene fuori chiaramente che uno dei due è quello delle visioni d’insieme, quello che non si fa condizionare, quello che non conosce rimpianti. Una specie di notaio del sentimento: prende atto e non si scompone. “Me e te, è così chiaro, sembra difficile”: quali insanabili difficoltà impediscono il lieto fine di questo amore? Cerchiamole.
La mia vita
Mi fa perdere il sonno, sempre
Mi fa capire che è evidente
La differenza tra me e te
Poi mi chiedi come sto
E il tuo sorriso spegne i tormenti e le domande
A stare bene, a stare male, a torturarmi, a chiedermi perché.
Lui non dorme, lascia che inutili interrogativi gli strazino il sonno. Ma ecco che qui compare la figura-salvatrice. Quella che sorride e ogni sorriso è un balsamo sulle piaghe del cuore. Come nella migliore tradizione stilnovistica. Il fatto che la figura-salvatrice qui non sia necessariamente una donna angelicata dalle fattezze petrarchesche è irrilevante. Potrebbe benissimo trattarsi di un nerboruto muratore abruzzese, ma gli è comunque affidato il ruolo salvifico di tradizione medievale.
La differenza tra me e te
Tu come stai? Bene. Io come sto? Boh!
Me e te
Uno sorride di com’è, l’atro piange cosa non è
E penso sia un errore.
Questi due hanno proprio un diverso approccio agli umani drammi, è evidente. Uno trova il modo di dire che “sta bene”, mentre l’altro non sa nemmeno se la domanda “come stai?” sia degna di una risposta compiuta. E qui, ve lo faccio notare, i due protagonisti del brano sono entrambi declinati al maschile. Che l’ambiguità sia voluta è indubbio, ma irrilevante ai fini della nostra amorosa analisi. Andiamo avanti.
Io ho due tre certezze, una pinta e qualche amico
Tu hai molte domande, alcune pessime, lo dico
Me e te, elementare
Da volere andare via.
Ecco che qui le “pessime domande” che all’inizio si faceva uno ora sono appioppate all’altro. È evidente però che le domande non sono le stesse: quelle di uno attengono alla sfera dei rimpianti e della malinconia, quelle dell’altro sono tagliate con l’accetta e attengono alla sfera della ragione. Il protagonistra non le sopporta, è chiaro. Eppure “me e te elementare, da volere andare via”: per la prima volta dall’inizio della canzone troviamo una mezza dichiarazione.
[…]
E se la mia vita ogni tanto azzerasse
L’inutilità di queste insicurezze
Non te lo direi.
Ma se un bel giorno affacciandomi alla vita
Tutta la tristezza fosse già finita
Io verrei da te.
Io verrei da te. Ecco, è tutto qui. Ma solo alla fine di ogni tristezza. Tiziano, coraggio, c’è una gioia dietro l’angolo!
[…]
La differenza tra me e te
Tu come stai? Bene. Io come sto? Boh!
Me e te
Uno sorride di com’è, l’altro piange cosa non è
E penso sia bellissimo
E penso sia bellissimo.
Bellissimo. Già. Ma cosa? I due si guardano, si chiedono ancora “come stai” e aspettano l’uno dall’altro il segnale di un sorriso.
Tiziano, scrivici il seguito che non abbiamo capito.
L’analisi del testo è un vezzo che mi appartiene e oggi la applico al nuovo tormentone radiofonico del momento, il “Manifesto futurista della nuova umanità”, con cui il vecchio Vasco tenta di impartirci qualche lezione di vita. In fondo può permetterselo: ha 59 anni e di certo ha visto più cose di me. Il fatto che l’ultimo album che io ritenga degno di ascolto sia “Gli spari sopra”, del 1993, influenzerà marginalmente le considerazioni che seguono.
Tanto per cominciare il “Manifesto futurista della nuova umanità” dimostra, da parte del nostro autore, una totale ignoranza di quel che il futurismo è stato e ha promosso all’inizio del Novecento. E non lo dico con pedanteria: lo dico perché ci terrei che i giovani ascoltatori del Blasco non lo considerassero l’inventore di una corrente poetica innovativa e avveniristica, bensì un vate furbastro dalla scarsa creatività. Considero quindi il titolo una furfanteria, anche vagamente contraffatta.
Detto questo vorrei che leggeste il testo e vedeste il video:
La cosa più semplice
Ancora più facile
Sarebbe quella di non essere mai nato
Invece la vita
Arriva impetuosa
Ed è un miracolo che ogni giorno si rinnova
Ti prego perdonami ti prego perdonami
Ti prego perdonami se non ho più la fede in te
Ti faccio presente che
È stato difficile
Abituarsi ad una vita sola e senza di te
Mi sveglio spesso sai
Pieno di pensieri
Non sono più sereno
Più sereno Com’ero ieri
La vita semplice
Che mi garantivi
Adesso è mia però
È lastricata… di problemi
Ho l’impressione che
La cosa più semplice
Sarebbe quella di non essere mai nato
In fondo la vita
È solo una scusa
È lei da sola che ogni giorno si rinnova
Ti prego perdonami ti prego perdonami
Ti prego perdonami se non ho più la fede in te
Ti faccio presente che
Ho quasi finito
Ho quasi finito anche la pazienza che ho con me
Sarà difficile
Non fare degli errori
Senza l’aiuto di
Di potenze Superiori
Ho fatto un patto sai
Con le mie emozioni
Le lascio vivere
E loro non mi fanno fuori
Parliamone. Che la morte di dio sia un tema usato e abusato da filosofi, poeti e cialtroni durante tutto il XX secolo non devo dirvelo io perché lo sapete da soli. Quello che mi lascia perplessa è sempre il solito punto: il riciclaggio ruffiano di immagini che appartengono a una certa tradizione. Immagini che vengono centrifugate, frullate, accompagnate da un giro di accordi rock (sempre lo stesso, di cui qualcuno per altro sussurra che somigli in modo sospetto a “Holiday” dei Green Day) e presentate come “originali provocazioni ironiche”.
Non sentenzio per pregiudizio: lo dico da ascoltatrice appassionata e attenta. Nonché parte, in passato, del pubblico da stadio del nostro.
Vasco, davvero questo è il tuo ultimo tour? È una promessa?
Vedo nero. Molto. Ho proprio una qualche forma di iracondia che mi assale. Vorrei spendere qualche parola per analizzare insieme a voi il testo di quella che ritengo ufficialmente la canzone più brutta dell’estate. Non voglio farne una questione femminile, sia chiaro, e nemmeno musicale, avendo purtroppo questa canzone tutte le caratteristiche ritmiche tipiche del tormentone, in grado quindi di trapanarci con efficacia il cervello per mesi. Ne voglio fare una questione di contenuti: che un 56enne celebri le gioie della femmina non dovrebbe stupire nessuno, quel che mi sconcerta sono la gigioneria, la ruffianeria, la vacuità del testo e la mancanza di pudore con cui il 56enne in questione rumoreggia senza sosta dalle casse “dove c’è pelo c’è amor”.
Ma vediamo insieme le strofe.
Vedo nero
coi miei occhi
Vedo nero
e non c’è pace per me
Perdo il pelo
Shock the monkey
Vedo nero
e non capisco cos’è
Di queste prime righe, l’ignaro ascoltatore afferra soltanto “vedo nero e non c’è pace per me” e subito si interroga sul pessimismo cosmico che anima il povero Fornaciari. La strofa si chiude con un’implicita domanda “non capisco cos’è”. Già, cos’è? Ce lo fanno intuire i versi successivi.
C’è un odore di femmina quaggiù
e un profumo di sandalo e bambù
“Odore di femmina” vorrebbe essere sensuale, così come il “profumo di sandalo e bambù”. Ma la sensualità si schianta contro le scena che segue:
Vedo nero
coi miei occhi
come disse la marchesa camminando sugli specchi:
me la vedo nera
ma nera nera!
Ma non mi arrendo
alzabandiera!
Vedo nero
sai perché?
Te! Voglio te!
Voglio te!
A questo punto l’ascoltatore ha capito di che “nero” stiamo parlando. Sì, di quello. Ancora cerca di convincere se stesso di aver capito male, ma i dubbi se ne vanno presto, soprattutto grazie alla finezza di due immagini: la marchesa che cammina sugli specchi (e si suppone che non abbia le mutande e dice “me la vedo nera”) e l’alzabandiera. Ora, mi direte che sono maliziosa, ma a me quest’alzabandiera fa veramente rabbrividire. E non di piacere.
Vedo nero
tra i tuoi fianchi
danza il cielo e non ho pace per te
Oro nero
shock the monkey
Vedo nero
e non capisco cos’è
C’è nell’aria una musica del sud
Tropicana vertigine sei tu
Dove c’è pelo c’è amor
E qui abbiamo il colpo di genio: “dove c’è pelo c’è amor”. Nemmeno i camalli genovesi avrebbero saputo azzardare tanto in filodiffusione nazionale. E la mia non è una considerazione etica o morale, ma di semplice buon gusto.
Vi risparmio il seguito, che pur meriterebbe (penso ad esempio alla leggiadria della “seta della sera”, che suppongo non di tessuto si tratti), e mi limito a dirvi che quando la incontro per radio io cambio frequenza. E che il link al video qui sotto ve lo metto solo perché magari non l’avete ancora sentita e volete sapere di che sto parlando. Ma fossi in voi non ci cliccherei su.
Il Video su Youtube
Ne sentivamo il bisogno eh? Sì. Il nuovo singolo di Antonello Venditti, in tempo per Natale, ci invade le orecchie e il cuore. Prima di prendere una mannaia e farla piombare con forza sulle casse dell’autoradio, permettetemi di farvi leggere il testo. Vi prego, fatelo per me.
Noi due non ci parliamo noi due non ci vediamo
noi due due foglie cadute dallo stesso ramo
noi due che dell’errore abbiamo fatto l’amore
noi due due arterie diverse dello stesso cuore
Tu ora dove sei
se vivi un’altra storia con chi stai
chi ti prenderà
chi ti stringerà
chi ti griderà sei unica
mio danno ed amore
E passa il tempo lento
mi giro e mi tormento
e se ti chiamo lo so
che trovo sempre spento
perché non ci parliamo
perché non perdoniamo
noi due due foglie cadute dallo stesso ramo
Tu dimmi dove sei
se vivi un’altra storia con chi stai
lui ti prenderà
lui ti stringerà
lui ti griderà sei unica
oh
Tu dimmi dove sei
vivi un’altra storia con chi stai
chi ti prenderà
chi ti stringerà
chi ti griderà sei unica
Tu dimmi dove sei
se vivi un’altra storia con chi stai
lui ti prenderà
lui ti stringerà
lui ti griderà sei unica
mio danno ed amore
mio danno ed amore
mio danno ed amore
Quante parole usa il nostro Antonello per dirci che la sua storia d’amore è infranta e che or si tortura la mente con l’immagine di lei tra le braccia di un altro? Esattamente sedici: due, parlare e vedere; foglie, cadere, ramo; errore, amore, arterie e cuore; storia, prendere, stringere, gridare, danno e, naturalmente, unica.
A me sono queste cose che mi fanno arrabbiare: si prendono sedici parole facili facili, che rimano tra loro in modo prevedibile e nelle quali l’immagine più ardita è quella delle due arterie dello stesso cuore. Qualche strimpellatore natalizio ci mette sotto una base (orecchiabile?) e si spara il tutto in radio fino allo sfinimento dell’ascoltatore. E cosa si ottiene? Che il nuovo singolo di Antonello Venditti se ne stia beato tra quelli più venduti della settimana. È in classifica capite? C’è gente che lo vuole, che lo aspettava.
Detto tra noi, tra l’altro, l’immagine anaforica del “chi ti prenderà chi ti stringerà chi ti griderà sei unica” mica è sua. Nemmeno di Baglioni (Chi ti telefona, Chi ti apre lo sportello, Chi si stende al tuo fianco, Chi grida il nome tuo ecc. ecc.) né dei Subsonica (Chi sa chi pungerai, Chi ti farà piangere, Chi ti addormenterà, Chi userà lo sguardo tuo, Chi lo farà al posto mio Io dove sarò…) né di nessun altro di questi canterini dello struggimento amoroso.
È di Catullo, carme 8:
“Chi ora si avvicinerà a te? A chi sembrerai bella? Chi ora amerai? Di chi si dirà che tu sia l’amata? Chi bacerai? A chi morderai le labbra?”.